Follow by Email

mercoledì 15 marzo 2017

Afghānistān trenta giorni - 9 febbraio / 12 marzo 2017- Memorandum

MEMORANDUM


... Si ricorda che i Taliban ora sono al 90% mujaheddin, combattenti per la libertà della patria dal giogo dello straniero, dei venduti e dei traditori.
Si ricorda che i Taliban vengono armati da armi “ disperse per caso” dalle forze Nato e si permette loro il saccheggio in luoghi di deposito e similari.
Si ricorda che il Daesh, impropriamente detto Isis, è entrato nel Paese con il permesso delle forze straniere di coalizione.
Si ricorda che il piano d’invasione partito nell’ottobre del 2001, mascherata da  giustizia per l’11 settembre, agiva su basi precostituite il cui obiettivo era: distruzione e assoggettamento del Paese.
Si ricorda che l’Afghānistān oltre alla strategica posizione geopolitica, è ricco di risorse naturali: gas, petrolio, carbone, talco, zolfo, ferro, litio, niobio, sale, oro, rame, lapislazzuli, smeraldi, topazi, marmo, nonché, tra le colture, papavero da oppio.
Si ricorda che la prima raffineria di oppio, trasformazione in eroina, è stata costruita nel 2002 in zona sotto “ severo controllo” straniero armato.

TRENTA GIORNI AFGHANI fuori e dentro il Paese

9 febbraio 2017
Stati Uniti d’America.
Il Generale John W. Nicholson,Jr., successore del Generale John F. Campbell al comando della USFOR-A, “ Resolute Support Mission and U.S. Forces Afghānistān” parlando al CENTCOM, Comitato dei Servizi Armati del Senato, in riferimento al paese afghano: "Credo che siamo in una situazione di stallo", e ancora “l’attuale coalizione ha un deficit di qualche migliaio di elementi” e ancora “ sono necessari ulteriori pacchetti expeditionary”, questa la sintesi del suo intervento. Richiesta fatta pervenire a Donald Trump, con la specifica che i soldati di rinforzo potevano essere americani così come provenire da nazioni alleate della missione di “addestramento” della Nato. Richiesta che non tiene conto della messa in discussione dell’Alleanza Atlantica, “obsoleta” a detta di Donald Trump che, nella sua prospettiva isolazionista, si è interrogato sul perché gli Usa debbano continuare ad impegnarsi nella difesa di Paesi che non spendono abbastanza in sicurezza.

12 febbraio 2017
Afghānistān, Provincia di Helmand
Luogo imprecisato, aerei americani alla ricerca di Taliban uccidono 22 civili afghani, quasi tutti donne e bambini.
LashkarGah, all’esterno di una banca un attentatore uccide 7 persone e ne ferisce altre 20. Contemporaneamente a Sangin, nord di LashkarGah, altri aerei Usa uccidono un numero imprecisato di civili afghani. Gli Usa negano.
Nella provincia di Helmand sono di stanza centinaia di truppe internazionali, Nato, per addestrare e “sostenere” le forze di sicurezza afghane.

13 febbraio, ONU
Mentre gli Stati Uniti continuano a negare, l’azione del giorno precedente a Sangin, le Nazioni Unite trovano almeno 18 civili uccisi dagli attacchi aerei degli Stati Uniti. Nella stragrande maggioranza donne e bambini.

17 febbraio
Afghānistān, Provincia di Nangarhar
A meno di una settimana dall’annuncio dell’offensiva delle forze afghane contro il Daesh, costoro eludendo le forze di sicurezza, “ben addestrate” dagli Usa, uccidono 17 soldati afghani. Il Ministero della Difesa dichiara 21 morti tra gli esponenti del Daesh, ma di questo non v’è certezza.

1 marzo 2017
Afghānistān, Kābul.
Primo attentato: autobomba esplode davanti alla Questura con seguente assalto di uomini armati all’edificio.
Secondo attentato: nei pressi della Direzione Nazionale della Sicurezza afghana, esplosione di una bomba e combattimento con armi da fuoco di piccolo calibro.
Entrambi gli attentati sono stati effettuati dai Taliban.
Secondo la stima ufficiale del Governo afghano i morti sarebbero 15 tra cui 11 civili, ma i Taliban ritengono falsa la stima ufficiale, i morti tra le forze di sicurezza sarebbero decine.

8 marzo 2017
Afghānistān, Kābul
Ospedale militare, uomini travestiti da medici e infermieri penetrano nell’ospedale facendo saltare in aria il cancello e minacciando chiunque incontrino, poi aprono il fuoco su pazienti e personale medico. I Taliban si affrettano a condannare l’attacco per non essere coinvolti, infatti l’azione criminale viene poi rivendicata dal Daesh.
La stima delle vittime, ancora incompleta, parla di 49 morti e 63 feriti.

9 marzo, Stati Uniti
Il Generale Joseph Votel, parlando al CENTCOM, Comitato dei Servizi Armati del Senato, ha chiesto che truppe di terra statunitensi vengano dispiegate in Afghānistān al più presto.
Questo per “migliorare” la capacità delle forze armate afghane. Nella richiesta ha citato anche il Generale Nicholson, sottolineando l’accordo tra loro due. Intanto l’Alleanza Atlantica si amplia anche in occidente cercando nuovi siti in Germania per le sue basi e Donald Trump dimentica la parola “obsoleta” sì da appoggiare il tutto, comprese le truppe da aumentare in Afghānistān.

!2 marzo 2017
Zabul, provincia meridionale
Taliban infiltrati in una caserma di polizia locale anche questa “ben addestrata” dagli Usa, hanno avvelenato e poi colpito a morte 8 poliziotti nonché saccheggiato tutte le armi e le munizioni presenti sul luogo.

Fine della presa visione di trenta giorni in Afghānistān

RIFLESSIONE

A 15 anni dall’invasione armata con relativa deflagrazione di bombe Usa, le truppe Nato, americane al 90%, stanno ancora “addestrando” le forze locali a “migliorare” la capacità bellica difensiva, per cui aumenteranno il loro potenziale numerico quindi gli armamenti anziché liberare il Paese da se stessi, come da “falso” copione. Il che ci porta a  due ipotesi:  o i soldati afghani sono privi di qualsivoglia capacità di apprendimento circa l’uso delle armi nonché privi di ogni cognizione strategica e la loro stirpe non aveva mai visto un'arma prima d'ora ma solo coltivato campi in pace ed armonia da secoli, il che cozza con la realtà dell'intera storia del Paese comprese  le tre guerre anglo-afghane a favore (tra il 1841 e il 1919), la vittoria sull’occupazione sovietica (1979-1989) nonché varie ribellioni, conflitti armati, strategie eccetera da sempre, oppure gli occupanti e i loro complici interni, esterni e  venduti, sono menzogneri millantatori che continuano ad avvalersi dell’ignoranza del mondo, che, evidente voglia restare tale, si lascia guidare dall’informazione occidentale di massa assoggettata ai poteri forti internazionali dell’alta finanza, volta alla supremazia geopolitica globale sotto l'egida di Lobby che di certo non hanno confine.
Mais, tout va très bien, cantava un ritornello d’infanzia, fin quando si inaugurano Memoriali,  come quello inaugurato, sulle note retoriche dell’inno, da Elisabetta II Regina di Gran Bretagna, Irlanda del Nord eccetera, qualche giorno fa al Victoria Embankment Gardens di Londra, Memoriale a ricordo delle vittime militari e civili degli interventi in Iraq e in Afghānistān tra il 1990 e il 2015. 
Di certo le vittime ora si sentono appagate.
Marika Guerrini

mercoledì 1 marzo 2017

dall'antica "sapienza" la visione del mondo attuale

diagramma cicli cosmici
.... la scelta di portare all’attenzione uno stralcio del Viṣṇu Purāa (in calce), raccolta di antiche narrazioni in cui Viṣṇu, il dio supremo che in sé condensa la Trimurti, ovvero la Trinità, è la figura centrale, è la sua indubbia attualità. Le parole segnate, le immagini suscitate risultano essere fotografia del nostro tempo malgrado la datazione dell’intera opera vanti una tradizione orale precedente ai 4000-3000 anni a.C. ed una scritta che si aggira intorno al VI sec. d.C. Datazioni con margini di flessibilità propria a questo genere di antiche opere, in questo caso appartenenti all’antica India, in cui Tempo e Spazio, inteso secondo la corrente numerazione storica relativa alla pragmaticità dello vita, altro non sono che orpelli in cui si imprigionano gli uomini, spesso ignari della vacuità del loro considerare secondo se stessi elementi che appartengono ad una Realtà superiore, una Conoscenza in assoluto incessante Divenire.
Lo stralcio del Viṣṇu Purāna riportato, fa riferimento al Kali Yuga (in calce), letteralmente: Oscura Età, epoca di caduta dell’umanità per via del fatto che l’intelletto umano sia in grado di comprendere solo gli aspetti materiali dello scibile. Quest’età, benché conclusasi alla fine del XIX secolo, continua ad essere presente nelle sue emanazioni facilmente riscontrabili  in miliardi di occasioni che affollano e caratterizzano la nostra epoca, dal dilagare della menzogna in ogni campo, anche speculativo, alla conquista del potere ottenuto per scaltrezza politica e/o per forza delle armi, anziché per autorevolezza propria a qualità sottili atte all’evoluzione dell’umanità, e così via. Condizione di caduta che, malgrado continui ad emanare i propri effetti, porta insito o comunque si mescola, per via d’impulso futuro, alla possibilità di risalita, attuabile con un reale risvegliarsi della coscienza individuale, in altri termini la possibilità di realizzare la vittoria della Luce sulle Tenebre.
Ma lasciamo alle annotazioni in calce qualche cenno storico culturale sui Purāa e sugli Yuga, ed ascoltiamo la voce profetica che giunge dall’antica saggezza:

La Terra sarà apprezzata soltanto per i suoi tesori materiali…
Le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote. Una semplice abluzione significherà purificazione, la razza (umana) sarà incapace di generare nascite divine.
Gli uomini domanderanno ( a se stessi): quale valore hanno i testi tradizionali?...
Solo movente della devozione sarà la salute fisica. Gli atti di devozione, anche se eseguiti, non produrranno alcun risultato.
La gente avrà terrore della morte e paventerà l’indigenza, soltanto per questo conserverà un'apparente religiosità.
I matrimoni cesseranno di essere un rito.
Ogni ordine di vita sarà promiscuamente simile per tutti. Sola via di successo nelle competizioni sarà la falsità.
Colui che possederà più denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull'acquisto anche disonesto della ricchezza.
Le donne saranno spesso soltanto oggetto di soddisfacimento sensuale. Solo legame tra i sessi sarà il piacere.
I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti, si impadroniranno dei beni dei loro soggetti. Sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati.
Prevarrà la casta dei servi e comanderà.
Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri. Non conosceranno la pietà.
La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l'empietà prevarrà tra gli uomini…

I Purāna e gli Yuga

 Purāna, Antiche Tradizioni, importante genere di racconti simili alla Bibbia. Probabilmente la loro origine va fatta risalire ad un periodo precedente i Veda (testi sacri rivelati, tramandati per tradizione orale, risalenti circa al 4000-3000 a.C., luogo d’origine India nord-occidentale), al tempo delle storie che venivano raccontate durante la partecipazione ai sacrifici vedici, quindi testi rivelati anch’essi, ma scritti in un tempo di molto posteriore, la cui datazione, flessibile, si aggirerebbe, come si è detto, intorno al VI secolo d.C. I Purāna trattano della creazione del mondo, della genealogia degli dèi e degli Ṛṣi, di miti associati a varie divinità, di norme di vita, di paradisi e di inferni, in sintesi cosmogonia e storie dell’umanità fino alla fine del mondo. Le raccolte dei Purāna tradizionali sono 18, ad essi si aggiungono numerosi sottopurāna chiamati Upapurāna. Tra i Purāna troviamo il Viṣṇu Purāna di cui sopra, विष्णुपुराण, in scrittura devanāgarī, alfabeto dell’antico Sanscrito e del contemporaneo Hindi.

Yuga, una delle quattro età che, secondo il Brahmanesimo, compongono il Mahāyuga, a sua volta uno dei mille evi cosmici, kalpa, tutti a formare quei periodi ciclici attraverso i quali il mondo e gli uomini, trasformandosi, mutano il loro rapporto col mondo divino, tanto che ad ogni epoca sia necessaria all’umanità una diversa forma di rivelazione salvatrice. Le età che compongono il Mahāyuga sono quattro: Kta Yuga (anche Satya Yuga) Tetrā Yuga, Dvāpara Yuga, Kali Yuga, corrispondenti alla concezione greca delle età dell’oro, dell’argento, del bronzo, del ferro. Secondo un calcolo di ciclo equinoziale di 24.000 anni suddiviso in ascendente e discendente, il cui complesso processo non stiamo qui ad attraversare essendo questo luogo inadatto a tale trattazione, il Kali Yuga  è l’ultima età dopo di che si riprenderebbe il Dvāpara Yuga, seguendo il circuito dell’orbita (vedi diagramma iniziale). Intanto il Kali Yuga è il tempo in cui i servi si porranno al comando dei popoli, l’atto del generare verrà manipolato e “non produrrà nascite divine”, in cui si perderà il gusto naturale degli alimenti, le stagioni si rovesceranno e così via.

mercoledì 8 febbraio 2017

a Kabul le giovani hazara "guerriere" Shaholin riscattano la Storia

Bāmiyān
... da mesi sapevamo delle giovani "guerriere" Shaholin, ma ci era stato chiesto il silenzio, motivo: sicurezza, la loro sicurezza, e abbiamo rispettato. Ora si può. E il mondo ne sta parlando, l'intervista su Telegraph  alla giovanissima promotrice Sima Azimi (20 anni), Reuters che ne scrive, in Italia il Corriere della Sera ed altri, non molti, ma altri.
Al tempo, lo scorso anno, quando ci fu data la notizia del formarsi di questo gruppo, la voce giungeva da migliaia di kilometri e fu una gioia, gioia a confermare il coraggio silenzioso che caratterizza ed attraversa il popolo hazara, sì, popolo, oltre ad essere un'etnia, popolo che si distingue, per intelligenza, coraggio, emancipazione, in special modo circa l'essere femminile, da tutte le altre etnie che compongono il complesso puzzle afghano. Non è un caso che nel nostro libro " Afghānistān passato e presente"(1) ci sia un intero paragrafo dedicato a questa etnia-popolo. Non è un caso che in esso venga corretto un errore storico circa la discendenza esclusivamente mongola di questo popolo, per via della fisionomia degli occhi, "L'origine degli Hazara è ben più antica di quel XIII secolo che vide i mongoli di Genghiz Khān giungere nel cuore dell'Hazarajat, a Bāmiyān, nella valle del Gandhāra...", il luogo dei Buddha giganti che i più, in occidente, hanno conosciuto nella primavera del 2001 per via della loro distruzione. Infatti quel che ravvisò Genghiz Khān, nel lontano nostro Medioevo è questo: "...s'accorse subito di trovarsi davanti ai geni di quei nomadi guerrieri indoeuropei poi padroni delle steppe dell'Europa orientale come del Centro Asia, le cui armate, nel corso del IV e V secolo avevano regnato includendo al loro impero tutto il territorio delle steppe fino all'India del nord compresa, espandendo quel Buddhismo di cui s'erano fatti testimoni... Genghiz Khān s'accorse di trovarsi davanti ai diretti discendenti dei KuŠana, il cui impero con KaniŠka aveva raggiunto il massimo splendore..." 
A loro volta i KuŠana si erano trovati dinanzi ad un popolo già guerriero, un popolo precedente anche all'arrivo di Alessandro il Macedone (III sec.a.C.), un popolo risalente ad un tempo in realtà indefinibile per i canoni storici, databile tra i X o XI o VII dell'éra pre-classica. Questo antichissimo popolo, zoroastriano prima buddhista poi, di cui in molte nostre pagine abbiamo trattato, così come abbiamo organizzato testimonianze di piazza e uffici stampa per denunciare il perpetrarsi del loro genocidio, questo popolo affonda direttamente le sue radici in quella leggendaria stirpe degli Arii, a cui gli europei devono l'origine di gran parte della propria importanza storico-culturale, nonché della propria evoluzione. Caratteristiche queste comprensibili a chi conosce quei mondi ed interessanti per chi, stimolato da conoscenza altrui, possa intravedere un certo percorso di geni che, di tanto in tanto, nell'attualità, si manifesta aggiungendo tasselli esplicativi di azioni contemporanee spesso belliche, a volte storicamente incomprensibili.
Le giovani hazara "guerriere" Shaholin di Kabul, stanno riscattando la propria storia, che tra l'altro annovera per discendenza genealogica, anche l'Impero Moghul. La stanno riscattando in grembo alla  Storia dei popoli e alla storia interna al paese stesso, che per anni, anni ed anni si è mossa secondo la diceria creata dai Pashtun, sull'origine mongola degli Hazara, sì da declassare, depotenziare,  distruggere l'apertura di pensiero, tipico retaggio buddista di questo popolo ora sciita, rispetto all'ortodossia del credo musulmano sunnita dei Pashtun. In realtà il popolo Hazara si è ribellato da sempre ad ogni costrizione, tanto da resistere per oltre un secolo persino all'avvento dell'Islam, ed accettarlo poi, preservando il proprio costume e la propria singola storia. Caratteristica di libertà, la loro, che nel XIX secolo sfociò nella persecuzione ordinata dall'Emiro, sunnita ortodosso, Abdul Rahman. Da qui il graduale silenzioso declino del popolo Hazara.
Ma noi, oggi, davanti alla coraggiosa azione di dieci ragazze "guerriere" Shaholin, che si presentano al mondo con il nome collettivo: "Shaolin Wushu Club", linguistico incontro tra oriente e occidente, e che tra mille pericoli, operano a Kabul, vediamo il rivivere di quei geni che caratterizzarono un tempo il loro antichissimo popolo. E non è un caso che i geni di quell'antica stirpe si manifesti, oggi, nell'arte marziale del Wushu, nell'arte marziale antesignana di tutte le arti marziali, tenuta in vita dai monaci buddhisti Shaholin. 
Il costume storico-sociale degli Hazara, come accennato, ha sempre rispettato e mantenuto una certa libertà, una spregiudicatezza, una docilità all'interno dell'essere guerriero, propri all'elemento buddhista, il che li rende diversi dalle altre etnie. Ed è conoscendo la loro storia, il loro costume emancipato, la loro sfida ai pregiudizi, che ci piace immaginare queste dieci ragazze, il cui numero ci si augura possa moltiplicarsi e superare ogni reticenza anche etnica, immaginarle lassù, tra le montagne dell'Hindu Kush, nell'arrampicata rosa delle loro divise, a fendere l'aria con le spade lucenti nelle lame affilate, sì da rispecchiare il sole, il candore delle nevi, sì da frantumare, nell'eleganza dei gesti, nella potenza, la tragedia  che da troppo tempo incombe sul corpo e sull'anima della loro terra. E vogliamo pensare, ci piacerebbe vaticinare, se fosse in nostro potere la veggenza, che  il coraggio di queste ragazze, manifesto nelle figurazioni del Wushu, possa essere di auspicio al riscattare l'indipendenza, la libertà, il futuro dell'Afghānistān. Che l'Afghanistan merita riprendersi.
Marika Guerrini

nota 
(1) Marika Guerrini, "Afghanistan passato e presente"-storia- Jouvence, Milano 2014
immagine: Barat Alì Batoor

sabato 21 gennaio 2017

Palmira: cronistoria di un crimine contro l'Umanità

... 
maggio 2016: concerto nell'Anfiteatro

... era il 17 maggio del 2015, quando tracciammo la nostra prima pagina su Palmira. Quando riportammo in sintesi la sua antica storia, accompagnati dalla voce di Maanum Abdelkarim,  direttore governativo delle antichità in Siria, accompagnati dalla sua preoccupazione circa "la massiccia fornitura di armamenti al Daesh procurata dall'occidente", circa la possibilità di una catastrofe internazionale "se la furia dei miliziani jihadisti dovesse raggiungere e travolgere l'antica storia", queste le sue parole. 
oggi: proscenio del teatro romano e Tetrapilo 
Il tempo da allora è trascorso. Nel tempo, breve tempo,  il Daesh occupa Palmira. 
Ed è il luglio del 2015 quando Il suo Anfiteatro romano (II sec.d.C.) si sarebbe trasformato in patibolo per 25 militari governativi che sarebbero stati decapitati, come d'uso al Daesh. Poi sarebbe stata la volta del tempio di Bel poi del tempio di Bal Shamin poi delle tre torri funerarie (I sec.d.C.) poi di molte colonne lungo la via sacra. E sarebbe stato il tempo dello scempio dell'Arco di Trionfo, ma questo avrebbe avuto una riproduzione, a Londra, l'anno successivo, nell'aprile del 2016, a Trafalgar Square. Lì, i britannici avrebbero riprodotto, in due terzi rispetto alla grandezza originale, l'Arco di Trionfo di Palmira, avrebbero usato il marmo egiziano dell'Istituto di Archeologia Digitale (IDA) di Oxford e l'avrebbero fatto in ricordo  del valore storico del sito archeologico siriano. Poi, l'Arco riprodotto, o meglio il suo modello, sarebbe andato di città in città, in Europa ed oltre. Così, per solidarietà. Una buffa storia davvero, questa. Assomiglia alla diceria sul coccodrillo che mangia i propri figli e poi piange. O forse assomiglia a quell' ipocrisia, parte integrante il cammino storico "dell'estrema isola d'occidente abitata dai barbari", per dirla sempre con Jalaluddin Akbar, il grande imperatore Moghul, in risposta agli "aiuti" di Elisabetta I d'Inghilterra, in rifiuto. Eh, sì, che si era nel XVI secolo.
Tornando ai nostri tempi, la primavera dello scorso anno 2016, sarebbe stata la volta della vittoria delle truppe governative siriane e russe sul Daesh e Palmira sarebbe stata liberata. E' allora che abbiamo sperato. E' sapendo dello sminamento di 825 ettari di territorio e di migliaia e migliaia, pare 8500, di edifici e strutture dell'antica città, da parte dell'esercito russo, abbiamo sperato ancor di più. E ancor più dell'ancor di più l'abbiamo fatto quando ai primi di maggio dello stesso 2016, l'orchestra filarmonica del teatro Marinski di San Pietroburgo, ha suonato nell'Antico anfiteatro romano di Palmira. Lì, sulle splendide note di "Una preghiera per Palmira. La musica fa rivivere le antiche mura", questo il nome del concerto, davanti a centinaia e centinaia di persone: abitanti della moderna Palmira, soldati russi, siriani, rappresentanti dell'Unesco di vari paesi, tra cui Francia, Perù, Serbia, la stessa Siria ed altri, i mondi si sono uniti e il Daesh è scomparso anche dal ricordo, ed ha continuato a farlo sulle note dell'altro concerto a seguire, lì, sempre nell'antico Anfiteatro, stavolta sulle note della banda delle forze armate siriane, dell'orchestra e del coro nazionali. Lì, abbiamo sfiorato quasi la certezza della salvezza di Palmira. L'abbiamo creduto davvero. Ma è stata una meteora affievolitasi prima del Natale, lo scorso dicembre. Affievolitasi con la rioccupazione del sito archeologico da parte del Daesh, sperata comunque momentanea.
Oggi, due giorni fa, allo scadere di un mese circa dalla nuova invasione, l'Anfiteatro si è fatto di nuovo patibolo per dodici persone, quattro civili e otto soldati governativi, poi la distruzione del proscenio dell'Anfiteatro e del Tetrapilo, altro colonnato interno. Davanti a questo la cometa si è spenta. Del tutto.
E' una grande sconfitta non solo militare, non solo di Stato, sì, certo, le forze alleate di Bashar al-Assad sono state costrette alla ritirata in periferia. Certo Palmira ha importanza strategica, la riconquista da parte delle truppe governative e delle forze ad esse alleate, era stata grande vittoria contro il Daesh. Di certo per questo è stato fatto l'impossibile perché la vittoria non continuasse ad essere, sì che, con la recrudescenza della violenza del Daesh, sempre armato dall'occidente, si impedisse ad Assad di riportare tutta la Siria sotto il Governo legittimo. Ma non è solo questo, la sconfitta è simbolica anche ad un altro livello, più sottile. 
Il fatto è che le "esecuzioni" di testimonianze storiche dell'Umanità sono ben più gravi delle esecuzioni di esseri umani. E ribadiamo un nostro pensiero più volte espresso. Pensiero che nulla ha di cinico, benché lo si possa ritenere tale, pensiero che tiene conto  di determinate filosofie o teorie, come le si voglia chiamare, secondo cui l'anima dell'uomo trasmigra di vita in vita, reincarnazione, cosa che non accade agli oggetti poiché sprovvisti di anima, oggetti strumenti di trasmissione dei pensieri di uomini che furono, oggetti-impronta del pensiero e dell'azione di uomini di quel determinato, circoscritto tempo, irripetibile sulla terra. Questo aggrava l'effetto della loro distruzione. Lo aggrava per l'Umanità. La sua propria storia. La conoscenza di sé stessa. Così, a Palmira, si continua a frantumare la conoscenza. L'Umanità.
Marika Guerrini 

sabato 14 gennaio 2017

i colori della Russia e il grigio d'Europa sulle note di Dmitri Kisalev


 "... la bandiera rossa viene ammainata in silenzio, piegata e messa via. La bandiera era sparita. Ma dell'Unione Sovietica rimangono ancora molte cose, soprattutto, come sembra, cose non materiali. La cosa più importante, che non ha prezzo, per l'esperienza che regala all'umanità, è un enorme sperimento sociale che abbiamo fatto sulla nostra pelle. Il suo scopo era quello di creare il Paradiso in terra, in modo che tutti potessero essere felici. Ed è stato un grosso successo. Avremmo letteralmente spostate le montagne per creare una solida base al comunismo. Ancora oggi la nostra economia si basa su quelle fondamenta. E il nostro carattere ha ancora dei tratti sovietici a cui, tutto sommato, teniamo molto. Queste idee hanno anche giustificato i sacrifici fatti.
Un'idea che detta le regole di vita e il modo di pensare è sicuramente un'ideologia. Questo è permesso e quest'altro è proibito. Questo lo dobbiamo prendere in considerazione quello dobbiamo ignorarlo. Questo dobbiamo comunicarlo, quello no. E tutto questo viene imposto con il potere burocratico del partito e del governo. 
Come risultato ci eravamo cacciati talmente in un angolo, da dimenticarci quanti colori avesse il mondo e, alla fine, abbiamo messo da parte anche la realtà. L'Occidente così sviluppato e scintillante, era considerato decadente, mentre noi ci consideravamo i leaders.
Un forte argomento a nostro favore erano le indubbie vittorie tecnologiche, ad esempio la corsa allo spazio e l' energia nucleare.
Quando venne ammainata la bandiera rossa e il mondo si fece a colori, scoprimmo un modo nuovo e più luminoso di vedere il mondo.
Sto dicendo ora tutto questo per far capire che oggi l'esperienza dell'Unione Sovietica, che governava tramite l'ideologia per creare l'utopia, permette di capire fino in fondo la crisi dell'Unione Europea. Anche l'Unione Europea è un grande esperimento sociale, pianificato in modo da rendere tutti felici, e questo è il genere di esperimento che, sappiamo, richiede un'ideologia. Così come aveva fatto l'Unione Sovietica, ad un certo punto ha iniziato a mascherare i colori, la realtà, le risposte si sono conformate all'ideologia e il sistema ha perso la sua flessibilità. La macchinosa ideologia europea, che non è tanto diversa da quella dell'Unione Sovietica, è diventata fin troppo familiare. Vai, guarda, prova, sappi. Naturalmente ci sono anche delle differenze, ma le cose essenziali sono le stesse. E probabilmente questa somiglianza è più facile che la capiscano i Russi che gli Europei occidentali che sono nuovi a tutto ciò, in questo senso, ci siamo scambiati di posto con l'Occidente, non abbiamo paura delle opinioni diverse, della libertà di parola, mentre l'Unione Europea ne è terrorizzata, ( per essa) pensare e scrivere dovrebbe rimanere nei canoni del politicamente corretto.
L'Europarlamento, a sua volta, approva bizzarre soluzioni contro la propaganda russa. Noi siamo per la libertà del commercio mondiale e l'Occidente impone le sanzioni, le quote e chiude le unioni sindacali. Noi siamo per la libertà di spostamento e l'Unione Europea impone visti e sanzioni. Adesso siamo noi quelli che si oppongono all'esportazione delle rivoluzioni e dei colpi di Stato invece l'Unione Europea se ne stava in pace con se stessa mentre era complice del golpe in Ucraina.
Adesso siamo noi quelli contro i fanatici e gli ultras politici, mentre l'Occidente coccola quelli di Jabath al-Nusra. Ora siamo noi quelli che rispettano la Chiesa e le religioni tradizionali, mentre l'Unione Europea è per un altro, immorale esperimento. ora siamo noi quelli che pensano che la difesa vada attuata con regole civili, mentre l'Occidente spinge alla guerra, come se le armi e i budget militari mantenessero in piedi tutto il sistema. Non è così. Proprio come non lo era con l'Unione Sovietica. 
Ora siamo noi quelli che vedono tutte le sfumature del mondo, mentre l'Unione Europea ha un problema perché la Russia non rientra assolutamente nella sua visione del mondo asservita all'ideologia.
E ora che tutto questo non funzione più per l'Unione Europea, quando la realtà policroma viene ignorata proprio come lo era stata nelle ultime fasi dell'Unione Sovietica. E quando si dicono sempre più bugie, noi sappiamo in che direzione stiamo andando.
Sarebbe bello se l'esperienza sovietica potesse essere un monito, non soltanto per noi".

Parole di Dmitri Kisalev, parole recenti, rese note da Pandora Tv. Propaganda filorussa è quel che nell'immediato si è portati a pensare, così, all'inizio, poi no, sono parole di verità, di grande obiettività, parole ad esprimere pensieri lineari.
Quando fu, nel 1991 che le tre Repubbliche Sovietiche, Ucraina, Bielorussia e Russia, sancirono la fine ufficiale dell'Unione Sovietica, l'animo, il nostro, si senti come dissetato ad una fonte di acqua pura. Da sempre ci era stato chiaro il monocolore sovietico  a cui Kisalev si riferisce nel discorso di cui sopra. Da sempre avevamo vissuto, se pur solo con l'immaginazione, la diffusione della cultura sovietica materialista, formatrice della società, quindi di una grande fetta dell'umanità, come una cultura automatizzata, sistematizzata per essere propinata fuori da qualsivoglia attività conoscitiva di tipo individuale e, ancor più, volta alla trascendenza. Infatti, cancellando la distinzione dei valori e determinando un modello unico, viene a cadere anche ogni differenziazione etica, assente l'elemento etico, in questo modo i valori vengono stabiliti solo in base alla materia e di certo non in base a ciò che la supera.
Così facendo si rinuncia alla moralità anche da parte di chi sia più consapevole rispetto agli altri, cosa che, espandendosi, spiega poi la metodica decadenza delle etiche professionali e il dilagare della criminalità ad ogni livello e campo.
E' questo di cui abbiamo accusato il pensiero sovietico per più di settant'anni, è questo che ora sta vivendo, ma preferiamo dire attraversando per un auspicio alla transitorietà, l'Occidente, è questo errore che sta perpetrando l'Europa, di cui è responsabile molto più che il lembo estremo di questa parte del pianeta, per l'europea peculiarità storico-culturale che l'estremo Occidente non possiede se non per importazione, trasferito riflesso o emulazione.
Ma l'Europa ha abbandonato la "policromia" mentre la Russia, il suo popolo, se l'è conquistata  sulla propria "pelle". Tale il motivo-fulcro che sta portando l'Occidente al tramonto e la Russia all'aurora. La visione di Dmitri Kisalev, così come i suoi pensieri, vanno apprezzati in quanto oggettivi. C'è solo un punto su cui dissentiamo dal giornalista russo, dissenso non senza rammarico e apprezzamento per la correttezza di Kisalev, è il punto dell'ideologia. L'Occidente, a differenza dell'Unione Sovietica, e questo per chi scrive è incredibile ad affermarsi, ha perso persino l'ideologia che delle idee è uno smorto riflesso. L'Europa e l'Occidente al di qua della linea russa non ha altra ideologia che non sia quella del tallero, ovvero l'assoluta materia. E' questo un grande cruccio per chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere. L'Europa, con la propria pseudo Unione asservita, è al massimo storico esprimente il pensiero materialista camuffato da Democrazia.  Lo dimostra la sua immoralità giunta al punto di dissacrare il sacro, per sacro intendendo anche valori quali dignità individuale, senso della famiglia, rispetto dell'infanzia e dell'adolescenza, ovvero il futuro, della loro struttura interiore che presuppone una trascendenza, del formarsi della loro coscienza. Ma questo cade sotto il nome "libertà" come nella teoria del gender, essendo invece violenza che altro non potrà generare che violenza. 
No, qui, ora, da noi, non c'è alcuna ideologia, qui il sacro in quanto "religioni tradizionali" non viene proibito, vietato come nell'allora Unione Sovietica, le chiese non vengono chiuse, qui il sacro di dissacra ogni giorno umanizzandolo, fingendo l'osservanza dell'elemento trascendente, in realtà dopo averlo livellato all'umano, soddisfacendo così le umane esigenze. Cosa ben peggiore che il divieto e persino la persecuzione, se non altro perché entrambi ne riconoscevano comunque, se pur negata, l'esistenza tanto da temerne  diffusione e affermazione. 
Cosa ancor peggiore in Occidente quest'assoluta assenza di policromia. Questa presenza di grigio. Lei, signor Kisalev dice: "Sarebbe bello se l'esperienza sovietica potesse essere un monito, non soltanto per noi". Sì, sarebbe bello!
Marika Guerrini

venerdì 6 gennaio 2017

" la leggenda del sogno" il suono che parla all'uomo d'occidente e d'oriente

... ed ecco la leggenda che ci narra del viaggio, in sogno, di Olaf Asterson, durante le tredici notti che dalla vigilia di Natale giungono al giorno dell'Epifania, il giorno della Manifestazione.
Attraverso il suo cammino notturno, che si fa cammino di conoscenza, ci viene incontro il cammino dell'uomo dalle origini. Ascoltiamo qualche stralcio del poema:



 " Ascolta il canto mio!
Ti voglio cantare 
di un giovanetto lesto.

Era Olaf Asteson,
che un tempo dormì così a lungo.
Di lui ti voglio cantare.                                  

S'addormentò la vigilia di Natale.
Un forte sonno subito l'avvolse,
e non si poteva svegliare,
prima che al tredicesimo giorno...

prima che l'uccello stendesse le ali...

prima che al tredicesimo giorno
il sole splendesse sui monti.
Sellò poi il cavallo suo svelto...

- Mi coricai la vigilia di Natale, 
un forte sonno subito m'avvolse,
e non mi potevo svegliare
prima che al tredicesimo giorno...

Chiara brillava la luna 
e le vie s'ampliavano a distesa.

Innalzato sino alle nubi del cielo, 
sbattuto poi in torbidi pantani,
ho visto le fiamme dell'inferno
e la luce del cielo...

Viaggiai nel fondo della terra,
dove scrosciano tremende correnti di dèi.
Non fui capace di guardarle,
ma lo scrosciare lo potei udire.

Il mio cavallo nero non nitriva,
e i miei cani non abbaiavano, 
e neppure cantava l'uccello del mattino,
era un prodigio unico ovunque...

Il cane morde davvero,
e il serpente vuole pungere,
il toro minaccia potente!
Non lasciano passare il ponte
 a nessuno che non vuol onorare la verità!...

Dimorai in altri mondi
per la lunghezza di molte notti;
e solo Dio può sapere 
quanta ne vidi di miseria d'anima...

Potei vedere un giovane uomo,
aveva ucciso un fanciullo:
ora doveva portarlo sulle sue proprie braccia,
per sempre!...

Vidi anche un uomo vecchio,
indossava un mantello come di piombo;
era così punito
perché visse in avarizia sulla terra...

E vennero fuori uomini 
che indossavano stoffe di fuoco;
slealtà pesa sulle loro povere anime...

Anche bambini potei vedere...

E mi venne imposto 
di avvicinarmi a quella casa,
in cui streghe dovrebbero fare
 un lavoro nel sangue,
che le infuri nella vita...

Da nord, in orde selvagge,
malvagi spiriti giunsero a cavallo
guidati dal signore delle tenebre...

davanti, lui, cavalcava sul suo nero puledro...

Beato chi nella vita terrena
ha porto pane ai poveri!
Non possono ferirlo i cani,
 in quel mondo...

Ecco parla l'ago della bilancia
e la verità dei mondi risuona...

Beato chi nella vita terrena 
ha porto grano ai poveri!
Non può minacciarlo
l'aguzzo corno del toro...

Beato chi nella vita terrena
porge abiti ai poveri!
Non lo possono congelare 
le masse di ghiaccio a Brooksvalìn-.

Gente giovane e anche vecchia 
ascoltava attenta le parole
che Olaf pronunciò dei suoi sogni.
Dormisti proprio a lungo...
Ora destati Olaf Asterson! "


Così parla la leggenda di Olaf Asterson. Così, attraversando con Olaf le sfere in cui  l'essere umano vive le proprie esperienze, "la leggenda del sogno" si fa simbolo dell'origine divina dell'uomo, in tal guisa par che suggerisca: Uomo, puoi trovare solo in te le forze che, nel vero senso della parola, ti doneranno la pace dell'anima, e ancora: altrimenti, in assenza della pace dell'anima, alcun tipo di pace può realizzarsi al mondo.

Marika Guerrini





martedì 27 dicembre 2016

Coro Alexandrov addio

... bisogna attendere, ma forse non avremo mai certezza della causa che ha procurato il disastro aereo di Sochi, nel Mar Nero russo.  Il Tupolev Tu-154, aereo del Ministero della Difesa inabissatosi ad una manciata di minuti dal decollo, dopo non esser riuscito a guadagnare altezza, ha portato con sé il Coro Alexandrov, fiore all'occhiello della musica corale mondiale. Perdita che i media occidentali avrebbero dovuto sottolineare e sottolineare e ancora sottolineare, ma non l'hanno fatto. Non abbastanza.
Errore umano, guasto tecnico, sabotaggio, atto terroristico, resteranno forse interrogativi in noi. Pur ipotizzando fosse stata la terza e/o quarta ipotesi, ad ora quasi scartate dagli 007 russi, a procurare la tragedia, non sarebbe opportuno fosse rivelata, mille i motivi: politici, strategici. Non sarebbe opportuno in questi giorni già così pregni di accuse occidentali all'operato militare russo in Siria, accuse ingiuste e menzognere che stanno portando il popolo russo a sopportare iniquamente il peso di queste infami guerre, di certo non volute dal loro paese. Ma non è di questo che occiriente vuol parlare, non ora, quel che vuole è ricordare la grande perdita subita dalla Russia e dalla Musica mondiale. Il 25  dicembre dell'anno 2016 resterà segnato nelle storia della Russia e della Musica da una coccarda nera, sarà il Natale dell'addio al coro Alexandrov, il Coro dell'Armata Rossa prima, Russa poi. 
Ed è sulle note dell'inno nazionale russo cantato dal Coro Alexandrov e le note del "Requiem" di Mozart, reperibili nei link segnalati in calce, che occiriente si inchina al dolore della Russia, della sua anima, perché è ciò che questo disastro ha colpito: l'anima della Russia. E questo ammanta di maggiore tristezza. E fa più male.