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venerdì 14 aprile 2017

"madre" nefanda in caduta libera sull'Afghanistan

una delle valli nella
provincia di Nangarhar
... madre: che dà la vita. Principio, impulso, grembo, cuna. Madre, dal sanscrito matr  da cui, restando in ambito, le indoeuropee: il latino mater, il persiano o farsi o dari, mâdar da scriversi ادر. 
 Madre che diventa maan, appena oltre il confine di quella terra su cui, nefanda, una madre si è abbattuta, che è mother nella lingua di chi ha azionato la caduta. Madre il cui primo suono consonantico in pronuncia, coincide col suono della parola morte. Ed è in questa forma, secondo il suono M di questa versione, che la provincia di Nangarhar ieri ha incontrato la parola "madre". Che le sue spoglie fossero quelle di una madre di tutte le bombe, questo non ha importanza, passa in secondo piano, come in secondo piano passa la verità di quest'ulteriore atto di violenza, ulteriore crimine perpetrato da un'ormai certa umana follia contro la stessa umanità. Non è vero che l'attacco con la MOAB, Massive Ordnance Air Blast, ribattezzata appunto mother of all bombs, dal peso di oltre 10 tonnellate, con una potenza distruttiva di centinaia di metri entro il suo raggio d'azione, sia stato mirato, non è vero che abbia colpito solo un sistema di grotte e tunnel nelle viscere delle montagne, ritenuti base operativa dei miliziani del Daesh o Isis,  non è vero che la zona "remota" non fosse abitata da civili inermi. Non, è, vero! In quell'area vi sono, ma dobbiamo dire vi erano, decine di piccoli villaggi abitati le cui case sono ora ridotte in briciole, i cui abitanti, quelli superstiti, non sanno dove andare né comprendono perché, perché così. Accanto a questo va detto che tutta la provincia di Nangarhar, zona orientale afghana, in un tempo storico parte dell'India e dei suoi imperi, compreso il distretto di Achin, luogo dell'attacco, è, ma anche qui dobbiamo dire era, una delle poche province rimaste in Afghanistan, fonte di economia, piccola ma funzionante, basata sul settore agricolo e zootecnico. La provincia esporta, molti tipi di frutta e verdura ai paesi vicini ed è prolifera anche la coltivazione dello zafferano. Vi sono piccole industrie casearie, allevamenti di pollame e così via. Le valli, protette dai monti, sono verdeggianti e ben irrigate anche con sistemi moderni, il che rende l'area ancor più fertile. E cosa fanno i fautori della pace? Distruggono. Distruggono anche uno dei pochi luoghi rimasti fuori dalle loro grinfie e poco inquinato per via della presenza di foreste lungo le catene montuose. E distruggono per colpire il "nemico" in nome della pace. 
Ma non è una novità questa bomba, l'abbiamo detto e ridetto nelle nostre pagine, che siano sul web o stampate sui libri, in Afghanistan, la Nato, e chi sotto il suo comando, ovvero la Coalizione, ha già usato questo tipo di bombe, ora è cambiata la potenza, a questo livello non si era mai giunti sul pianeta, la novità è nel suo essere "madre". Ma anche l'uso proviene sempre dallo stesso ambito, quello dei portatori di pace. Sono sempre loro ad agire e mentire. Fanno sempre tutto, come per le atomiche su Hiroshima, Nagasaki e... Certo, la MOAB, in termini tecnici GBU-43, non è a carica atomica, ma non fa una grande differenza perché anche armi nucleari sono state usate in quel paese e questa "madre", come potenza è una piccola atomica senza radiazioni, questa "madre" fa parte della famiglia delle BLU-82 Daisy Cutter, usate per disboscare i campi in Vietnam e far deflagrare i campi minati in Iraq dopo il 2003. Usata ora, però, sotto gli attuali scenari di guerra, la MOAB può assumere anche altri significati, non ultimo, quello di avvertimento agli impianti sotterranei di Pyongyang così come avvertimento agli impianti nucleari, sotterranei o nei fianchi delle montagne, di Tehran, così come a vari paesi limitrofi ed ex sovietici, e si potrebbe continuare. Certo è che si presenta sempre a stelle e strisce questo genere di primato, e lo sarà finché qualcuno, o qualcosa, non fermerà, ammainando e sotterrando la bandiera dell'umana inciviltà. Altro che false flag, è a stelle e strisce la falsa flag che ritiene di sventolare su Civiltà e Democrazia, mentre sventola su ipocrisia e menzogna. 
"Un'altra missione di successo", la prima essendo i 59 missili lanciati sull'aeroporto siriano motivati dalla menzogna dei gas usati da al-Assad in realtà a favore dei ribelli e del terrorismo dal Daesh ad al-Nusra, e ancora: "sono molto orgoglioso dei nostri militari" e ancora: " totale autorizzazione" ovvero carta bianca ai militari, s'intende. Parole di Trump. Così, il presidente degli Stati Uniti, mentre in un lapsus indicativo della propria assenza di consapevolezza, confonde Iraq con Siria nell'annunciare l'attacco missilistico di sei giorni fa, ci dimostra come e fino a che punto sia rientrato sotto l'ala dello zio Sam, o forse vi sia sempre stato. Motivo: evitare defenestrazione? Altro? Chissà!
Ci sarà una Resurrezione da tutti questi venti di guerra? Si spera.
Marika Guerrini
immagine- Wadsam

giovedì 6 aprile 2017

in Siria la tragedia delle false bandiere

... è da quel 2011 che occiriente racconta della Siria, in precedenti pagine ha ascoltato i suoi figli, ha riportato le loro parole, i loro silenzi, il loro dolore. Aveva un amico figlio di quella terra, un amico che non è più. E un altro. Anche questo ha raccontato. E delle telefonate del mattino ha raccontato. Ma anche quelle non sono più. E di Damasco. E del profumo delle teerie. Ed ha osservato, pensato, persino predetto circa quella terra, il suo futuro, quello dell'Europa con essa. Ma le parole, anche se scritte, si annullano dinanzi al perpetrarsi della menzogna. Le parole di uno scrittore ancor più. Così, questa volta, prendendo atto della fragilità della parola ha deciso di pubblicare questa strana pagina.  Le notizie riportate nei link a seguire, sono esattamente le stesse che risultano da molte altre ricerche che occiriente ha fatto in questi giorni e da tutte le osservazioni e gli studi che negli anni sono andati a sommarsi. Ma questo il lettore lo sa. Sì, questa volta occiriente ha deciso di non parlare in prima persona, ha deciso di far parlare altri e questi altri sono stati ottimamente raggruppati e riportati da "l'Antidiplomatico" testata on-line di libertà. Che occiriente ringrazia.
Ora non resta che augurare buona lettura e buona riflessione. Grazie.
Marika Guerrini


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-berlino_losservatorio_siriano_dei_diritti_umani_non__sul_campo__a_londra_tutto_quello_che_dice_non_riflette_la_verit/82_19603/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lex_candidato_presidenziale_usa_ron_paul_tutti_gli_indizi_portano_a_credere_che_ad_idlib_sia_stata_unoperazione_falseflag/82_19632/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-idlib_le_domande_da_porsi_prima_che_sia_troppo_tardi/16658_19597

dettnews-la_siria_tra_disney_e_realt/82_19622/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gli_unici_ad_aver_beneficiato_dellattacco_ad_idlib_sono_i_ribelli_analista_inglese/82_19616/

i_http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_siria__guerra_di_immagini_con_cui_si_fa_propaganda_cautela_nel_dire_che_attacco_sia_con_gas_sarin_esperto_di_armi_

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-idlib_come_sarajevo_fuoco_amico_per_intervento_armato_i_dubbi_de_la_stampa/82_19611/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-intossicazione_propagandistica_al_servizio_della_guerra_globale/82_19620/


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_parlamentare_usa_assad_non_ha_usato_armi_chimiche_contro_il_suo_popolo/82_19626/

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ministro_esteri_siriano_nega_e_condanna_utilizzo_di_armi_chimiche/82_19631/http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-

sabato 1 aprile 2017

Eurasia- Europa il triangolo e l'intervista

Aleksandr Dugin
... accade così di rado di incontrare parole altrui da condividere segno dopo segno, che, quando capita, non puoi lasciar la cosa inosservata, non solo, ma ti senti in dovere di ampliarne ulteriormente la voce, e, se possiedi uno spazio visibile al mondo, e occiriente ha lettori sparsi un po' ovunque sul pianeta, senti il dovere di dedicargli parte del tuo spazio. E' quel che farò dopo aver tracciato una sintesi di quel che avevo scritto e stavo scrivendo quando mi è capitato di leggere l'intervista rilasciata al Foglio da Aleksandr Dugin che conoscevo come autore di "Fondamenti di geopolitica" e di "La quatrième théorie politique: la Russie et les idées politique du XXIsiècle". 
Aleksander Dugin, noto politologo e filosofo russo, due anni fa, dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti  fu iscritto nell'elenco dei cittadini russi sotto sanzioni, è colui che, lo scorso anno, molti di voi lettori lo ricorderanno, fu cacciato dalla Grecia, fermato poi a Salonicco, in aeroporto, dopo di che gli fu comunicato il divieto di ingresso su suolo europeo. E' anche, dicunt, il mentore di Putin, ma questo lo lasciamo a lui. Ora scorriamo la sintesi di quel che avevo tracciato ieri sera, prima di leggere l'intervista a Dugin. 
Avevo appena stilato una pagina che trattava del triangolo strategico che copre una vasta area dell'Asia, triangolo di recente formazione, i cui lati sono Russia, Iran e Cina, la cui area è Afghanistan Pakistan, India e Turchia. Questo triangolo sta cambiando la polarità dell'Ordine Mondiale che, da unipolare con protagonisti Stati Uniti ed Europa, si sta trasformando in multipolare, con protagonisti Paesi dell'area triangolare di cui sopra. Avevo appena ricordato l'incontro di Astena ( Kazakistan), ultimi giorni dello scorso gennaio, incontro voluto da Russia, Iran e Turchia, al fine della creazione di un meccanismo congiunto atto a monitorare la tregua in Siria, per trovare una soluzione pacifica "costringendo" l'Onu a far attuare quanto da se stesso disposto nel Consiglio di Sicurezza: "la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale" della Siria. Avevo appena scritto circa gli sforzi di Russia e Cina per rendere possibile l'accordo tra Afghanistan e Pakistan, malgrado continuamente sabotato dalle forze occidentali presenti sul territorio e dal così detto Daesh. Appena finito di scrivere sulle difficoltà di avvicinare l'India al Pakistan dati gli storici attriti e l'eterna questione Kashmir, ma anche delle positive possibilità in merito e in corso, nonché degli accordi tra  Russia e India. Avevo anche scritto circa il positivo ruolo strategico dell'Iran, riconosciuto tale da tutti i paesi dell'area triangolare con il pieno supporto economico cinese e militare russo, cooperazione che fa sempre più pensare alla possibilità di creazione dell'Eurasia e di uno sviluppo congiunto e paritetico al suo interno, cosa che terrorizza un certo occidente.
Volutamente non avevo segnato parola sul recente fatto del ponte di Westminster, né sulle "rivolte" russe, ritenendo oramai degradante una trattazione di accadimenti dall'ovvio significato, ovvia spiegazione, e neppure avevo scritto sul "revival" dell'11 settembre 2001, tanto meno delle foto pubblicate a sedici anni di distanza con il pacchiano intento di avallare il già detto, giustificare la guerra infinita nel paese afghano e sue  diramazioni tutte, dall'Iraq alla Libia alla Siria, tutte le infestazioni del costruito Daesh eccetera eccetera, primavere colorate comprese. Cosa però, questa del revival, che, poiché non tutti sono "narcotizzati"  dall'estenuante falsità che da anni si propina al mondo diffusa, a grandi manciate, dai media che ogni giorno fanno sparire la verità tra chiacchiere sulla guerra di religione, contrasto con l'occidente e così via, sta vacillando non poco, andando ad avallare esattamente il contrario di quel che si vorrebbe. Ma avevo scritto invece, perché mi era piaciuto molto, dell'aneddoto pronunciato dal generale Hoss Dehqa, Ministro della Difesa dell'Iran, in risposta al generale Joseph Votel comandante del Centcom (Us Central Comand) le cui parole, quelle americane, suonano così: " L'Iran è la più grande minaccia a lungo termine per la stabilità del Medioriente... bisogna usare strumenti militari contro l'Iran..." mentre la risposta di Dehqa con l'aneddoto suona in quest'altro modo:" Cosa ci fanno gli Stati Uniti nel Golfo Persico, è meglio che lascino la regione e non infastidiscono le nazioni... Un ladro armato ed ignorante entra in casa di qualcuno e pretende di essere accolto con il red carpet. E' accettabile? Si tratta di un esempio della barbarie del 21esimo secolo".
Dopo questi argomenti ero passata all'Europa, e, per l'ennesima volta mi ero soffermata sulla sua attuale condizione, sul pericolo del tramonto, sui perché profondi di cui prendere coscienza. Avevo poi intenzione di trattare lo spinoso argomento delle varie Ong umanitarie, ma prima di questo, proprio quando ero sull'Europa, mi è stata segnalata l'intervista rilasciata da Aeksandr Dugin al Foglio, quindi ho interrotto la pagina ed ora vi riporto l'intervista:
Quanto è vicino a Putin? “E’ difficile rispondere, non sono così vicino al presidente come pensano alcuni, ma molte idee che ho espresso in filosofia, in politica, hanno molto influenzato Putin”, ci dice Dugin. “Non bisogna esagerare, anche se è vero che c’è stata un’influenza autentica delle mie idee sul presidente. Le idee hanno un proprio destino, e possono influenzare la logica della politica e della storia. Le idee sono enti viventi e possono trovare molti modi per arrivare alla gente. Il problema con l’occidente è proprio questo, è che non crede più nelle idee, c’è un mondo spirituale dove vivono le idee e che l’occidente non riconosce più”. 

 Ad Aleksandr Dugin chiediamo dove nasca la sua avversione culturale per l’Europa che tanto sembra aver ispirato Putin. 

Oggi l’Europa occidentale sta nella trappola della modernità e della postmodernità, il progetto della modernizzazione liberale va verso la liberazione dell’individuo da tutti i vincoli con la società, con la tradizione spirituale, con la famiglia, con l’umanesimo stesso. Questo liberalismo libera l’individuo da ogni vincolo. Lo libera anche dal suo gender e un giorno anche dalla sua natura umana. Il senso della politica oggi è questo progetto di liberazione. I dirigenti europei non possono arrestare questo processo ma possono solamente continuare: più immigrati, più femminismo, più società aperta, più gender, questa è la linea che non si discute per le élite europee. E non possono cambiare il corso ma più passa il tempo e più la gente si trova in disaccordo. La risposta è la reazione che cresce in Europa e che le élite vogliono fermare, demonizzandola. La realtà non corrisponde più al loro progetto. Le élite europee sono ideologicamente orientate verso il liberalismo ideologico”.
A Mosca, la vittoria di Donald Trump è stata accolta con favore, per usare un eufemismo.
Trump negli Stati Uniti ha preso il potere cambiando un po’ questa situazione, e l’Europa si trova oggi isolata”, continua Dugin. “La Russia oggi è il nemico numero uno dell’Europa perché il nostro presidente non condivide questa ideologia postmoderna liberal. Siamo nella guerra ideologica, ma stavolta non è fra comunismo e capitalismo, ma fra élite liberal politicamente corrette, l’aristocrazia globalista, e contro chi non condivide questa ideologia, come la Russia, ma anche Trump. L’Europa occidentale è decadente, perde tutta l’identità e questa non è la conseguenza di processi naturali, ma ideologici. Le élite liberal vogliono che l’Europa perda la propria identità, con la politica dell’immigrazione e del gender. L’Europa perde quindi potere, la possibilità di autoaffermarsi, la sua natura interiore. L’Europa è molto debole, nel senso dell’intelletto, è culturalmente debole. Basta vedere come i giornalisti e i circoli culturali discutono dei problemi dell’Europa, io non la riconosco più questa Europa. Il pensiero sta al livello più basso del possibile. L’Europa era la patria del logos, dell’intelletto, del pensiero, e oggi è una caricatura di se stessa. L’Europa è debole spiritualmente e mentalmente. Non è possibile curarla, perché le élite politiche non lo lasceranno fare. L’Europa sarà sempre più contraddittoria, sempre più idiota. I russi devono salvare l’Europa dalle élite liberal che la stanno distruggendo”.
“Irrisolta la questione ucraina” Ma la Russia non dovrebbe aspirare ad avvicinarsi all’Europa, come sembrava dopo il crollo del comunismo?
“La Russia è una civiltà a sé, cristiana ortodossa. Ci sono aspetti simili fra Europa e Russia. Ma dopo il crollo del comunismo, quando la Russia si è avvicinata all’occidente, abbiamo capito che l’Europa non era più se stessa, che era una parodia della libertà, che era decadente e postmoderna, che versava nella decomposizione totale. Questo occidente non ci serviva più come esempio da seguire, per cui abbiamo cercato un’ispirazione nell’identità russa, e abbiamo trovato che questa differenza è fra cattolicesimo e ortodossia, fra protestantesimo e ortodossia, noi russi siamo ereditari della tradizione romana, greca, bizantina, siamo fedeli allo spirito cristiano antico dell’Europa che ha perso ogni legame con questa tradizione. La Russia può essere un punto di appoggio per la restaurazione europea, siamo più europei noi russi di questi europei. Siamo cristiani, siamo eredi della filosofia greca”.
Al centro del pensiero di Dugin, accanto alla lotta al liberalismo, è l’Eurasia, a giustificazione dell’ambizione di Mosca di ritornare nelle terre ex sovietiche, dal Baltico al mar Nero, di restaurare il dominio sulle popolazioni non russe, arrivando a stabilire perfino un protettorato sull’Unione europea.
I paesi vicini alla Russia erano costruzioni artificiali dopo il crollo dell’Unione sovietica e non esistevano prima del comunismo”, dice Dugin al Foglio. “Sono il risultato del crollo comunista. Erano invece parte di una civiltà euroasiatica e dell’impero russo prerivoluzionario. Non c’è aggressione di Putin, ma restaurazione di una civiltà russa che si era dissolta. Queste accuse sono il risultato della paura che la Russia si riaffermi come potere indipendente e che voglia difendere la propria identità. L’Ucraina, la Georgia, la Crimea, hanno fatto tanti errori contro la Russia e aggredito le minoranze russe che vivono in quei paesi”.
Ma le avete invase.
“La Russia con grande potere ha risposto alle violazioni dei diritti georgiani, osseti, ucraini, abkhazi, crimei. L’Europa non può comprendere l’atto politico per eccellenza, la sovranità, perché essa stessa ha perso il controllo della propria sovranità. Trump ha cominciato a cambiare la situazione negli Stati Uniti e ha ricordato che la sovranità è un valore e noi russi con Putin abbiamo ricordato questo al mondo prima di Trump”. La Russia quindi metterà gli occhi anche sui paesi della Nato al proprio confine, la questione di Kaliningrad, ex Koenigsberg, la patria di Kant, il cuneo fra est e ovest? “Geopoliticamente, i paesi baltici non rientrano nella sfera di interesse dei russi, con la Georgia siamo in un momento di stabilità, il problema resta con l’Ucraina, perché la situazione non è pacifica, non abbiamo liberato i territori dove l’identità pro russa è dominante, dove è vittima di un misto di neonazisti e neoliberali. L’Ucraina resterà il problema numero uno, ma con Trump c’è la possibilità di uscire dalla logica della guerra”.
Europa e islam. Putin si vanta di aver costruito un concordato con l’islam in Russia, mentre l’Europa è sotto attacco islamista.
“Il problema non è con l’islam, ma le élite hanno fatto entrare milioni di musulmani, senza integrarli perché c’è un vuoto senza identità. In questo liberalismo non c’è più assimilazione culturale, gli europei non possono proporre ai migranti un sistema di valori, ma solo la corruzione morale. Questa politica suicida europea non può essere accettata dai migranti musulmani. E l’Europa si impegna per porre i musulmani, soprattutto i fanatici fondamentalisti, continuando a distruggere l’Europa: islamisti da un lato distruggono l’Europa e dall’altro ci pensano le élite liberal. L’ideologia wahabita e dello Stato islamico è il problema, non l’islam tradizionale che è vittima del fanatismo islamista. Senza questa politica dell’immigrazione, l’islam che esiste nelle sue terre non rappresenterebbe un rischio per l’Europa”. “Putin è forte, ma non lascia eredi”.
Da tre anni, la Russia ha costruito l’immagine di un paese che adotta politiche opposte a quelle dell’Europa.
“I matrimoni gay e l’Lgbt sono questioni politiche, non morali. Non a caso l’ideologia liberale vuole destrutturare l’idea di uomo e donna. Putin ha compreso questo molto bene e ha cominciato a reagire contro questa visione che distrugge la società. Questo non è il problema della scelta personale e individuale, non ci sono leggi contro l’omosessualità, ma leggi contro la propaganda di questa ideologia gay che distrugge l’identità collettiva, che distrugge le famiglie, che distrugge la sovranità dello stato cercando di cambiare la società civile. Non è una questione morale o psicologica, ma politica”.
Dugin è considerato un grande sostenitore di Putin, ma qui ne rivela i limiti.
La storia è sempre aperta, non possiamo dire cosa sarà della Russia. Per creare un futuro forte e sano per la Russia dobbiamo fare molti sforzi, niente è garantito, ci sono molte sfide per la Russia e Putin è riuscito a rispondere a molte di queste, vincendo. Il problema del nostro paese consiste nella nostra forza e debolezza, Putin garantisce alla Russia la conservazione della sovranità e dell’identità, il ritorno sulla scena della grande Russia, ma siamo anche deboli, perché Putin rappresenta se stesso, non è riuscito a creare una eredità che possa garantire la sopravvivenza di questa idea della Russia. Finché c’è Putin, la Russia ha speranza di essere forte, ma Putin è un problema perché non ha istituzionalizzato la sua linea di pensiero. La Russia oggi è Putin-centrica”.
Dunque, cosa vede in serbo per l’Europa?
Sono un seguace di René Guenon, che ha identificato la crisi della società occidentale europea ben prima del XXI secolo. La forma di degradazione spirituale dell’Europa è cominciata con il modernismo, la perdita dell’identità cristiana, ma è arrivato al culmine negli anni Novanta, quando tutte le istituzioni vennero plasmate dal liberismo di destra in economia e dal liberalismo di sinistra nella cultura. L’approvazione dei matrimoni gay mi hanno fatto capire verso dove stava andando l’Europa. Si arriverà presto al momento finale, dopo ci sarà il caos, la guerra civile, la distruzione. Forse è troppo tardi per ribaltare la situazione”.
Marika Guerrini


mercoledì 15 marzo 2017

Afghānistān trenta giorni - 9 febbraio / 12 marzo 2017- Memorandum

MEMORANDUM


... Si ricorda che i Taliban ora sono al 90% mujaheddin, combattenti per la libertà della patria dal giogo dello straniero, dei venduti e dei traditori.
Si ricorda che i Taliban vengono armati da armi “ disperse per caso” dalle forze Nato e si permette loro il saccheggio in luoghi di deposito e similari.
Si ricorda che il Daesh, impropriamente detto Isis, è entrato nel Paese con il permesso delle forze straniere di coalizione.
Si ricorda che il piano d’invasione partito nell’ottobre del 2001, mascherata da  giustizia per l’11 settembre, agiva su basi precostituite il cui obiettivo era: distruzione e assoggettamento del Paese.
Si ricorda che l’Afghānistān oltre alla strategica posizione geopolitica, è ricco di risorse naturali: gas, petrolio, carbone, talco, zolfo, ferro, litio, niobio, sale, oro, rame, lapislazzuli, smeraldi, topazi, marmo, nonché, tra le colture, papavero da oppio.
Si ricorda che la prima raffineria di oppio, trasformazione in eroina, è stata costruita nel 2002 in zona sotto “ severo controllo” straniero armato.

TRENTA GIORNI AFGHANI fuori e dentro il Paese

9 febbraio 2017
Stati Uniti d’America.
Il Generale John W. Nicholson,Jr., successore del Generale John F. Campbell al comando della USFOR-A, “ Resolute Support Mission and U.S. Forces Afghānistān” parlando al CENTCOM, Comitato dei Servizi Armati del Senato, in riferimento al paese afghano: "Credo che siamo in una situazione di stallo", e ancora “l’attuale coalizione ha un deficit di qualche migliaio di elementi” e ancora “ sono necessari ulteriori pacchetti expeditionary”, questa la sintesi del suo intervento. Richiesta fatta pervenire a Donald Trump, con la specifica che i soldati di rinforzo potevano essere americani così come provenire da nazioni alleate della missione di “addestramento” della Nato. Richiesta che non tiene conto della messa in discussione dell’Alleanza Atlantica, “obsoleta” a detta di Donald Trump che, nella sua prospettiva isolazionista, si è interrogato sul perché gli Usa debbano continuare ad impegnarsi nella difesa di Paesi che non spendono abbastanza in sicurezza.

12 febbraio 2017
Afghānistān, Provincia di Helmand
Luogo imprecisato, aerei americani alla ricerca di Taliban uccidono 22 civili afghani, quasi tutti donne e bambini.
LashkarGah, all’esterno di una banca un attentatore uccide 7 persone e ne ferisce altre 20. Contemporaneamente a Sangin, nord di LashkarGah, altri aerei Usa uccidono un numero imprecisato di civili afghani. Gli Usa negano.
Nella provincia di Helmand sono di stanza centinaia di truppe internazionali, Nato, per addestrare e “sostenere” le forze di sicurezza afghane.

13 febbraio, ONU
Mentre gli Stati Uniti continuano a negare, l’azione del giorno precedente a Sangin, le Nazioni Unite trovano almeno 18 civili uccisi dagli attacchi aerei degli Stati Uniti. Nella stragrande maggioranza donne e bambini.

17 febbraio
Afghānistān, Provincia di Nangarhar
A meno di una settimana dall’annuncio dell’offensiva delle forze afghane contro il Daesh, costoro eludendo le forze di sicurezza, “ben addestrate” dagli Usa, uccidono 17 soldati afghani. Il Ministero della Difesa dichiara 21 morti tra gli esponenti del Daesh, ma di questo non v’è certezza.

1 marzo 2017
Afghānistān, Kābul.
Primo attentato: autobomba esplode davanti alla Questura con seguente assalto di uomini armati all’edificio.
Secondo attentato: nei pressi della Direzione Nazionale della Sicurezza afghana, esplosione di una bomba e combattimento con armi da fuoco di piccolo calibro.
Entrambi gli attentati sono stati effettuati dai Taliban.
Secondo la stima ufficiale del Governo afghano i morti sarebbero 15 tra cui 11 civili, ma i Taliban ritengono falsa la stima ufficiale, i morti tra le forze di sicurezza sarebbero decine.

8 marzo 2017
Afghānistān, Kābul
Ospedale militare, uomini travestiti da medici e infermieri penetrano nell’ospedale facendo saltare in aria il cancello e minacciando chiunque incontrino, poi aprono il fuoco su pazienti e personale medico. I Taliban si affrettano a condannare l’attacco per non essere coinvolti, infatti l’azione criminale viene poi rivendicata dal Daesh.
La stima delle vittime, ancora incompleta, parla di 49 morti e 63 feriti.

9 marzo, Stati Uniti
Il Generale Joseph Votel, parlando al CENTCOM, Comitato dei Servizi Armati del Senato, ha chiesto che truppe di terra statunitensi vengano dispiegate in Afghānistān al più presto.
Questo per “migliorare” la capacità delle forze armate afghane. Nella richiesta ha citato anche il Generale Nicholson, sottolineando l’accordo tra loro due. Intanto l’Alleanza Atlantica si amplia anche in occidente cercando nuovi siti in Germania per le sue basi e Donald Trump dimentica la parola “obsoleta” sì da appoggiare il tutto, comprese le truppe da aumentare in Afghānistān.

!2 marzo 2017
Zabul, provincia meridionale
Taliban infiltrati in una caserma di polizia locale anche questa “ben addestrata” dagli Usa, hanno avvelenato e poi colpito a morte 8 poliziotti nonché saccheggiato tutte le armi e le munizioni presenti sul luogo.

Fine della presa visione di trenta giorni in Afghānistān

RIFLESSIONE

A 15 anni dall’invasione armata con relativa deflagrazione di bombe Usa, le truppe Nato, americane al 90%, stanno ancora “addestrando” le forze locali a “migliorare” la capacità bellica difensiva, per cui aumenteranno il loro potenziale numerico quindi gli armamenti anziché liberare il Paese da se stessi, come da “falso” copione. Il che ci porta a  due ipotesi:  o i soldati afghani sono privi di qualsivoglia capacità di apprendimento circa l’uso delle armi nonché privi di ogni cognizione strategica e la loro stirpe non aveva mai visto un'arma prima d'ora ma solo coltivato campi in pace ed armonia da secoli, il che cozza con la realtà dell'intera storia del Paese comprese  le tre guerre anglo-afghane a favore (tra il 1841 e il 1919), la vittoria sull’occupazione sovietica (1979-1989) nonché varie ribellioni, conflitti armati, strategie eccetera da sempre, oppure gli occupanti e i loro complici interni, esterni e  venduti, sono menzogneri millantatori che continuano ad avvalersi dell’ignoranza del mondo, che, evidente voglia restare tale, si lascia guidare dall’informazione occidentale di massa assoggettata ai poteri forti internazionali dell’alta finanza, volta alla supremazia geopolitica globale sotto l'egida di Lobby che di certo non hanno confine.
Mais, tout va très bien, cantava un ritornello d’infanzia, fin quando si inaugurano Memoriali,  come quello inaugurato, sulle note retoriche dell’inno, da Elisabetta II Regina di Gran Bretagna, Irlanda del Nord eccetera, qualche giorno fa al Victoria Embankment Gardens di Londra, Memoriale a ricordo delle vittime militari e civili degli interventi in Iraq e in Afghānistān tra il 1990 e il 2015. 
Di certo le vittime ora si sentono appagate.
Marika Guerrini

mercoledì 1 marzo 2017

dall'antica "sapienza" la visione del mondo attuale

diagramma cicli cosmici
.... la scelta di portare all’attenzione uno stralcio del Viṣṇu Purāa (in calce), raccolta di antiche narrazioni in cui Viṣṇu, il dio supremo che in sé condensa la Trimurti, ovvero la Trinità, è la figura centrale, è la sua indubbia attualità. Le parole segnate, le immagini suscitate risultano essere fotografia del nostro tempo malgrado la datazione dell’intera opera vanti una tradizione orale precedente ai 4000-3000 anni a.C. ed una scritta che si aggira intorno al VI sec. d.C. Datazioni con margini di flessibilità propria a questo genere di antiche opere, in questo caso appartenenti all’antica India, in cui Tempo e Spazio, inteso secondo la corrente numerazione storica relativa alla pragmaticità dello vita, altro non sono che orpelli in cui si imprigionano gli uomini, spesso ignari della vacuità del loro considerare secondo se stessi elementi che appartengono ad una Realtà superiore, una Conoscenza in assoluto incessante Divenire.
Lo stralcio del Viṣṇu Purāna riportato, fa riferimento al Kali Yuga (in calce), letteralmente: Oscura Età, epoca di caduta dell’umanità per via del fatto che l’intelletto umano sia in grado di comprendere solo gli aspetti materiali dello scibile. Quest’età, benché conclusasi alla fine del XIX secolo, continua ad essere presente nelle sue emanazioni facilmente riscontrabili  in miliardi di occasioni che affollano e caratterizzano la nostra epoca, dal dilagare della menzogna in ogni campo, anche speculativo, alla conquista del potere ottenuto per scaltrezza politica e/o per forza delle armi, anziché per autorevolezza propria a qualità sottili atte all’evoluzione dell’umanità, e così via. Condizione di caduta che, malgrado continui ad emanare i propri effetti, porta insito o comunque si mescola, per via d’impulso futuro, alla possibilità di risalita, attuabile con un reale risvegliarsi della coscienza individuale, in altri termini la possibilità di realizzare la vittoria della Luce sulle Tenebre.
Ma lasciamo alle annotazioni in calce qualche cenno storico culturale sui Purāa e sugli Yuga, ed ascoltiamo la voce profetica che giunge dall’antica saggezza:

La Terra sarà apprezzata soltanto per i suoi tesori materiali…
Le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote. Una semplice abluzione significherà purificazione, la razza (umana) sarà incapace di generare nascite divine.
Gli uomini domanderanno ( a se stessi): quale valore hanno i testi tradizionali?...
Solo movente della devozione sarà la salute fisica. Gli atti di devozione, anche se eseguiti, non produrranno alcun risultato.
La gente avrà terrore della morte e paventerà l’indigenza, soltanto per questo conserverà un'apparente religiosità.
I matrimoni cesseranno di essere un rito.
Ogni ordine di vita sarà promiscuamente simile per tutti. Sola via di successo nelle competizioni sarà la falsità.
Colui che possederà più denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull'acquisto anche disonesto della ricchezza.
Le donne saranno spesso soltanto oggetto di soddisfacimento sensuale. Solo legame tra i sessi sarà il piacere.
I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti, si impadroniranno dei beni dei loro soggetti. Sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati.
Prevarrà la casta dei servi e comanderà.
Breve sarà la loro vita, insaziabili i loro desideri. Non conosceranno la pietà.
La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l'empietà prevarrà tra gli uomini…

I Purāna e gli Yuga

 Purāna, Antiche Tradizioni, importante genere di racconti simili alla Bibbia. Probabilmente la loro origine va fatta risalire ad un periodo precedente i Veda (testi sacri rivelati, tramandati per tradizione orale, risalenti circa al 4000-3000 a.C., luogo d’origine India nord-occidentale), al tempo delle storie che venivano raccontate durante la partecipazione ai sacrifici vedici, quindi testi rivelati anch’essi, ma scritti in un tempo di molto posteriore, la cui datazione, flessibile, si aggirerebbe, come si è detto, intorno al VI secolo d.C. I Purāna trattano della creazione del mondo, della genealogia degli dèi e degli Ṛṣi, di miti associati a varie divinità, di norme di vita, di paradisi e di inferni, in sintesi cosmogonia e storie dell’umanità fino alla fine del mondo. Le raccolte dei Purāna tradizionali sono 18, ad essi si aggiungono numerosi sottopurāna chiamati Upapurāna. Tra i Purāna troviamo il Viṣṇu Purāna di cui sopra, विष्णुपुराण, in scrittura devanāgarī, alfabeto dell’antico Sanscrito e del contemporaneo Hindi.

Yuga, una delle quattro età che, secondo il Brahmanesimo, compongono il Mahāyuga, a sua volta uno dei mille evi cosmici, kalpa, tutti a formare quei periodi ciclici attraverso i quali il mondo e gli uomini, trasformandosi, mutano il loro rapporto col mondo divino, tanto che ad ogni epoca sia necessaria all’umanità una diversa forma di rivelazione salvatrice. Le età che compongono il Mahāyuga sono quattro: Kta Yuga (anche Satya Yuga) Tetrā Yuga, Dvāpara Yuga, Kali Yuga, corrispondenti alla concezione greca delle età dell’oro, dell’argento, del bronzo, del ferro. Secondo un calcolo di ciclo equinoziale di 24.000 anni suddiviso in ascendente e discendente, il cui complesso processo non stiamo qui ad attraversare essendo questo luogo inadatto a tale trattazione, il Kali Yuga  è l’ultima età dopo di che si riprenderebbe il Dvāpara Yuga, seguendo il circuito dell’orbita (vedi diagramma iniziale). Intanto il Kali Yuga è il tempo in cui i servi si porranno al comando dei popoli, l’atto del generare verrà manipolato e “non produrrà nascite divine”, in cui si perderà il gusto naturale degli alimenti, le stagioni si rovesceranno e così via.

mercoledì 8 febbraio 2017

a Kabul le giovani hazara "guerriere" Shaholin riscattano la Storia

Bāmiyān
... da mesi sapevamo delle giovani "guerriere" Shaholin, ma ci era stato chiesto il silenzio, motivo: sicurezza, la loro sicurezza, e abbiamo rispettato. Ora si può. E il mondo ne sta parlando, l'intervista su Telegraph  alla giovanissima promotrice Sima Azimi (20 anni), Reuters che ne scrive, in Italia il Corriere della Sera ed altri, non molti, ma altri.
Al tempo, lo scorso anno, quando ci fu data la notizia del formarsi di questo gruppo, la voce giungeva da migliaia di kilometri e fu una gioia, gioia a confermare il coraggio silenzioso che caratterizza ed attraversa il popolo hazara, sì, popolo, oltre ad essere un'etnia, popolo che si distingue, per intelligenza, coraggio, emancipazione, in special modo circa l'essere femminile, da tutte le altre etnie che compongono il complesso puzzle afghano. Non è un caso che nel nostro libro " Afghānistān passato e presente"(1) ci sia un intero paragrafo dedicato a questa etnia-popolo. Non è un caso che in esso venga corretto un errore storico circa la discendenza esclusivamente mongola di questo popolo, per via della fisionomia degli occhi, "L'origine degli Hazara è ben più antica di quel XIII secolo che vide i mongoli di Genghiz Khān giungere nel cuore dell'Hazarajat, a Bāmiyān, nella valle del Gandhāra...", il luogo dei Buddha giganti che i più, in occidente, hanno conosciuto nella primavera del 2001 per via della loro distruzione. Infatti quel che ravvisò Genghiz Khān, nel lontano nostro Medioevo è questo: "...s'accorse subito di trovarsi davanti ai geni di quei nomadi guerrieri indoeuropei poi padroni delle steppe dell'Europa orientale come del Centro Asia, le cui armate, nel corso del IV e V secolo avevano regnato includendo al loro impero tutto il territorio delle steppe fino all'India del nord compresa, espandendo quel Buddhismo di cui s'erano fatti testimoni... Genghiz Khān s'accorse di trovarsi davanti ai diretti discendenti dei KuŠana, il cui impero con KaniŠka aveva raggiunto il massimo splendore..." 
A loro volta i KuŠana si erano trovati dinanzi ad un popolo già guerriero, un popolo precedente anche all'arrivo di Alessandro il Macedone (III sec.a.C.), un popolo risalente ad un tempo in realtà indefinibile per i canoni storici, databile tra i X o XI o VII dell'éra pre-classica. Questo antichissimo popolo, zoroastriano prima buddhista poi, di cui in molte nostre pagine abbiamo trattato, così come abbiamo organizzato testimonianze di piazza e uffici stampa per denunciare il perpetrarsi del loro genocidio, questo popolo affonda direttamente le sue radici in quella leggendaria stirpe degli Arii, a cui gli europei devono l'origine di gran parte della propria importanza storico-culturale, nonché della propria evoluzione. Caratteristiche queste comprensibili a chi conosce quei mondi ed interessanti per chi, stimolato da conoscenza altrui, possa intravedere un certo percorso di geni che, di tanto in tanto, nell'attualità, si manifesta aggiungendo tasselli esplicativi di azioni contemporanee spesso belliche, a volte storicamente incomprensibili.
Le giovani hazara "guerriere" Shaholin di Kabul, stanno riscattando la propria storia, che tra l'altro annovera per discendenza genealogica, anche l'Impero Moghul. La stanno riscattando in grembo alla  Storia dei popoli e alla storia interna al paese stesso, che per anni, anni ed anni si è mossa secondo la diceria creata dai Pashtun, sull'origine mongola degli Hazara, sì da declassare, depotenziare,  distruggere l'apertura di pensiero, tipico retaggio buddista di questo popolo ora sciita, rispetto all'ortodossia del credo musulmano sunnita dei Pashtun. In realtà il popolo Hazara si è ribellato da sempre ad ogni costrizione, tanto da resistere per oltre un secolo persino all'avvento dell'Islam, ed accettarlo poi, preservando il proprio costume e la propria singola storia. Caratteristica di libertà, la loro, che nel XIX secolo sfociò nella persecuzione ordinata dall'Emiro, sunnita ortodosso, Abdul Rahman. Da qui il graduale silenzioso declino del popolo Hazara.
Ma noi, oggi, davanti alla coraggiosa azione di dieci ragazze "guerriere" Shaholin, che si presentano al mondo con il nome collettivo: "Shaolin Wushu Club", linguistico incontro tra oriente e occidente, e che tra mille pericoli, operano a Kabul, vediamo il rivivere di quei geni che caratterizzarono un tempo il loro antichissimo popolo. E non è un caso che i geni di quell'antica stirpe si manifesti, oggi, nell'arte marziale del Wushu, nell'arte marziale antesignana di tutte le arti marziali, tenuta in vita dai monaci buddhisti Shaholin. 
Il costume storico-sociale degli Hazara, come accennato, ha sempre rispettato e mantenuto una certa libertà, una spregiudicatezza, una docilità all'interno dell'essere guerriero, propri all'elemento buddhista, il che li rende diversi dalle altre etnie. Ed è conoscendo la loro storia, il loro costume emancipato, la loro sfida ai pregiudizi, che ci piace immaginare queste dieci ragazze, il cui numero ci si augura possa moltiplicarsi e superare ogni reticenza anche etnica, immaginarle lassù, tra le montagne dell'Hindu Kush, nell'arrampicata rosa delle loro divise, a fendere l'aria con le spade lucenti nelle lame affilate, sì da rispecchiare il sole, il candore delle nevi, sì da frantumare, nell'eleganza dei gesti, nella potenza, la tragedia  che da troppo tempo incombe sul corpo e sull'anima della loro terra. E vogliamo pensare, ci piacerebbe vaticinare, se fosse in nostro potere la veggenza, che  il coraggio di queste ragazze, manifesto nelle figurazioni del Wushu, possa essere di auspicio al riscattare l'indipendenza, la libertà, il futuro dell'Afghānistān. Che l'Afghanistan merita riprendersi.
Marika Guerrini

nota 
(1) Marika Guerrini, "Afghanistan passato e presente"-storia- Jouvence, Milano 2014
immagine: Barat Alì Batoor

sabato 21 gennaio 2017

Palmira: cronistoria di un crimine contro l'Umanità

... 
maggio 2016: concerto nell'Anfiteatro

... era il 17 maggio del 2015, quando tracciammo la nostra prima pagina su Palmira. Quando riportammo in sintesi la sua antica storia, accompagnati dalla voce di Maanum Abdelkarim,  direttore governativo delle antichità in Siria, accompagnati dalla sua preoccupazione circa "la massiccia fornitura di armamenti al Daesh procurata dall'occidente", circa la possibilità di una catastrofe internazionale "se la furia dei miliziani jihadisti dovesse raggiungere e travolgere l'antica storia", queste le sue parole. 
oggi: proscenio del teatro romano e Tetrapilo 
Il tempo da allora è trascorso. Nel tempo, breve tempo,  il Daesh occupa Palmira. 
Ed è il luglio del 2015 quando Il suo Anfiteatro romano (II sec.d.C.) si sarebbe trasformato in patibolo per 25 militari governativi che sarebbero stati decapitati, come d'uso al Daesh. Poi sarebbe stata la volta del tempio di Bel poi del tempio di Bal Shamin poi delle tre torri funerarie (I sec.d.C.) poi di molte colonne lungo la via sacra. E sarebbe stato il tempo dello scempio dell'Arco di Trionfo, ma questo avrebbe avuto una riproduzione, a Londra, l'anno successivo, nell'aprile del 2016, a Trafalgar Square. Lì, i britannici avrebbero riprodotto, in due terzi rispetto alla grandezza originale, l'Arco di Trionfo di Palmira, avrebbero usato il marmo egiziano dell'Istituto di Archeologia Digitale (IDA) di Oxford e l'avrebbero fatto in ricordo  del valore storico del sito archeologico siriano. Poi, l'Arco riprodotto, o meglio il suo modello, sarebbe andato di città in città, in Europa ed oltre. Così, per solidarietà. Una buffa storia davvero, questa. Assomiglia alla diceria sul coccodrillo che mangia i propri figli e poi piange. O forse assomiglia a quell' ipocrisia, parte integrante il cammino storico "dell'estrema isola d'occidente abitata dai barbari", per dirla sempre con Jalaluddin Akbar, il grande imperatore Moghul, in risposta agli "aiuti" di Elisabetta I d'Inghilterra, in rifiuto. Eh, sì, che si era nel XVI secolo.
Tornando ai nostri tempi, la primavera dello scorso anno 2016, sarebbe stata la volta della vittoria delle truppe governative siriane e russe sul Daesh e Palmira sarebbe stata liberata. E' allora che abbiamo sperato. E' sapendo dello sminamento di 825 ettari di territorio e di migliaia e migliaia, pare 8500, di edifici e strutture dell'antica città, da parte dell'esercito russo, abbiamo sperato ancor di più. E ancor più dell'ancor di più l'abbiamo fatto quando ai primi di maggio dello stesso 2016, l'orchestra filarmonica del teatro Marinski di San Pietroburgo, ha suonato nell'Antico anfiteatro romano di Palmira. Lì, sulle splendide note di "Una preghiera per Palmira. La musica fa rivivere le antiche mura", questo il nome del concerto, davanti a centinaia e centinaia di persone: abitanti della moderna Palmira, soldati russi, siriani, rappresentanti dell'Unesco di vari paesi, tra cui Francia, Perù, Serbia, la stessa Siria ed altri, i mondi si sono uniti e il Daesh è scomparso anche dal ricordo, ed ha continuato a farlo sulle note dell'altro concerto a seguire, lì, sempre nell'antico Anfiteatro, stavolta sulle note della banda delle forze armate siriane, dell'orchestra e del coro nazionali. Lì, abbiamo sfiorato quasi la certezza della salvezza di Palmira. L'abbiamo creduto davvero. Ma è stata una meteora affievolitasi prima del Natale, lo scorso dicembre. Affievolitasi con la rioccupazione del sito archeologico da parte del Daesh, sperata comunque momentanea.
Oggi, due giorni fa, allo scadere di un mese circa dalla nuova invasione, l'Anfiteatro si è fatto di nuovo patibolo per dodici persone, quattro civili e otto soldati governativi, poi la distruzione del proscenio dell'Anfiteatro e del Tetrapilo, altro colonnato interno. Davanti a questo la cometa si è spenta. Del tutto.
E' una grande sconfitta non solo militare, non solo di Stato, sì, certo, le forze alleate di Bashar al-Assad sono state costrette alla ritirata in periferia. Certo Palmira ha importanza strategica, la riconquista da parte delle truppe governative e delle forze ad esse alleate, era stata grande vittoria contro il Daesh. Di certo per questo è stato fatto l'impossibile perché la vittoria non continuasse ad essere, sì che, con la recrudescenza della violenza del Daesh, sempre armato dall'occidente, si impedisse ad Assad di riportare tutta la Siria sotto il Governo legittimo. Ma non è solo questo, la sconfitta è simbolica anche ad un altro livello, più sottile. 
Il fatto è che le "esecuzioni" di testimonianze storiche dell'Umanità sono ben più gravi delle esecuzioni di esseri umani. E ribadiamo un nostro pensiero più volte espresso. Pensiero che nulla ha di cinico, benché lo si possa ritenere tale, pensiero che tiene conto  di determinate filosofie o teorie, come le si voglia chiamare, secondo cui l'anima dell'uomo trasmigra di vita in vita, reincarnazione, cosa che non accade agli oggetti poiché sprovvisti di anima, oggetti strumenti di trasmissione dei pensieri di uomini che furono, oggetti-impronta del pensiero e dell'azione di uomini di quel determinato, circoscritto tempo, irripetibile sulla terra. Questo aggrava l'effetto della loro distruzione. Lo aggrava per l'Umanità. La sua propria storia. La conoscenza di sé stessa. Così, a Palmira, si continua a frantumare la conoscenza. L'Umanità.
Marika Guerrini