venerdì 30 settembre 2011

Hazara: desiderio diritto di un popolo

luogo dell'incontro
Domani, sabato1°ottobre, a Roma, in piazza della Repubblica, angolo Santa Maria degli Angeli e Martiri, alle ore 14, la Hazara Community, (comunità afghano pakistana di etnia hazara), esprimerà il desiderio di cessazione delle stragi che stanno falciando gli hazara, insanguinando vie e case di quella terra di confine che è il Balucistan pakistano. La Hazara Community chiede con una manifestazione stanziale e silenziosa, che si faccia luce sui reali perché degli accadimenti. Che si realizzi umana giustizia. Occiriente ha accolto il loro appello ed ospita firme di amici che hanno fatto ugualmente. Occiriente ringrazia.                                                                        
Roma, 30 settembre 2011
.Appoggiamo e sosteniamo il diritto e la volontà della comunità hazara di Roma che, come le comunità hazara in Pakistan e in molte altre parti del mondo, manifesta sabato pomeriggio a Roma per condannare la strage in Pakistan di 26 pellegrini hazara. Il 19 settembre scorso i pellegrini sciiti, che viaggiavano dall'Iran a Quetta (Beluchistan), sono stati vittime di un'imboscata nell'area di Ganjidori (Mastung), azione rivendicata dal gruppo jihadista Lashkar-e-Jhangvi (LeJ) da tempo messo al bando dalle autorità pachistane. In particolare appoggiamo e sosteniamo la chiave con la quale gli hazara manifestano e cioè respingendo scelte che, oltre a uccidere, spingono a uno scontro che ha per oggetto le divisioni religiose ed etniche. Appoggiamo infine la loro richiesta di avere giustizia e garanzie per un futuro di sicurezza e pacifica convivenza.



Emanuele Giordana (giornalista)

Marika Guerrini (scrittrice)
Germano Dottori (docente)                                                        
Monika Bulaj (Fotografa)
Enzo Mangini (dir Lettera22)
Romano Martinis (fotografo)                                                                  

Nino Sergi (pres Intersos)
Umberto Sinatti (dir. gen. IsIAO)
Nicola Minasi (diplomatico)
Afgana.org
Leopoldo Tartaglia (Cgil internazionale)
Daniela Colombo (pres Aidos)
Magda Tomei (F. Basso -diritti popoli)

Beatrice Alfonzetti (docente)

Dilio Lambertini (fotografo)

Gianluca Bazzoli (attore)

Ornella Palumbo (giornalista)
Jacopo di Bonito (pubblicista)
Michela Cozza (docente)
Giuseppe del Rossi (giornalista)
Diana Guerrini (docente)
Biancamaria Melasecchi (sceneggiatrice)
Riccardo Noury (Amnesty International)
Franco Nerozzi (giornalista)
Carlo Giorgetti  (da Viareggio)
Federica Bertini ( stud. univ.)
Antonio Di Bonito (imprenditore)
Clementina Gily ( doc. univ. Federico II)


chi volesse firmare non ha che da inviare una mail ad occiriente, con nome, cognome, qualifica. Grazie.

martedì 27 settembre 2011

IL CONFINE -afghano-pakistano-

terra di confine 
...le notizie s'accavallano, s'incontrano, si scontrano, si susseguono a ritmo incalzante annullando Il tempo della verifica, del confronto. Nella babele di parole pronunciate e taciute occiriente sorvola i luoghi e s'immerge, in continua ascesa e discesa, per ritrovarsi lì, sempre, nello stesso angolo di mondo, ad est ed ovest di quella linea Durand, quel confine afghano-pakistano che potremmo definire: IL CONFINE. Occiriente sa. Sa che basterebbe fermarsi lì per comprendere il tutto. Fermarsi nel fulcro, nel nucleo, nel bandolo di quella matassa aggrovigliata dai veri Signori della Guerra che non sono più, da tempo, capi tribali e non tribali afghani. Quella matassa radicata ormai in quel luogo non luogo. Lì... il fuoco arde ogni giorno ogni notte.
Le notizie date per non darle, su quel luogo infuocato, sfuggono ai più in occidente, a molti più. Troppi. Notizie secondo cui il Pakistan, in accordo con e tramite Haqqani ( rete terroristica per chi non sapesse) attacca l'Afghanistan nei suoi attuali contenuti: forze NATO, Isaf e coalizioni varie nonché esponenti di spicco del paese, e l'Afghanistan, con i presunti talebani, risponde e bla bla bla...Parole. Mezze verità. Menzogne. In ogni caso.
L'Afghanistan non esiste. Non esiste più. L'Afghanistan è terra estranea a se stessa. Ora. Nulla di quel che era è. Tutto è nel Gioco straniero. Sotto il giogo straniero. Tutto  manovrato. Tutto falso. Tutto architettato ad uso e consumo di potenze mondiali. Vecchie, emergenti, questo non ha importanza. E' stata fatta terra da usa e getta. Non c'è nulla che possa essere creduto di quel che avviene come si dice avvenga. Occiriente non smetterà mai di dirlo. Mai. 
E' un suo dovere.   
E il Pakistan non è quel che si dipinge al mondo. Non è la culla del terrore. Il Pakistan è sotto accusa. Opportuna. Comoda. Deve esserlo. Così come gli scontri fratricidi devono insanguinare le sue vie, le case. Bisogna che siano. Ma non sono menti pakistane a generare il terrore che dilaga tra quelle vie, in quelle case. Occiriente lo ripete, si ripete: le etnie presenti, Hazara e Pashtun, quelle ora soggette a continui scontri, hanno convissuto per oltre un secolo. L'hanno fatto gomito a gomito in quella terra. Il rispetto era reciproco. 
Sì, il Pakistan è ambivalente, lo è sin dalla sua nascita. E' sua caratteristica. Ghandi lo sapeva. Forse non esisterebbe se così non fosse stato, ma questo non basta per demonizzare. E poi, da chi? Da chi proviene l'accusa? Da una terra dell'estremo occidente che ora ha come capo il Nobel par la Pace. A cui quest'investitura, sconsacrata, è stata data per legittimare il motivo delle politiche internazionali, delle azioni belliche. Perché fossero ancor più all'insegna di giustizia, libertà, democrazia, fraternità.
L'ambivalenza del Pakistan è stata la forza degli Stati Uniti d'America negli ultimi trenta e più anni. Senza il "fianco" pakistano gli States non avrebbero mai raggiunta la postazione centro asiatica afghana. Questa una verità. Ne hanno fatta terra di spie. Per questo. 
Il Pakistan ora è tra Stati Uniti travestiti da Afghanistan e Iran. Questa una verità. Il Baluchistan, sua regione di confine nord- nord ovest, ne è sintesi. Questa una verità.
Ma occiriente si scusa. Si scusa con chiunque legga le sue pagine in questi giorni e da un po'. Coloro che invita a partecipare per iscritto. Si scusa se quel che dice si allontana da quel che dovrebbe essere la bellezza della vita. La positività della vita. Sì, è doloroso vedere questi accadimenti, percorrerli in immagini. E' doloroso, molto, essere consapevoli delle realtà oltre l'apparenza delle cose. E' doloroso doverle comunicare. Segnarle nero su bianco.
Marika Guerrini
p.s. foto di Barat Alì Batoor 

mercoledì 21 settembre 2011

Burhanuddin Rabbani - 24 ore fa

cavalieri giocano al buzkashi
...era tagiko, Burhanuddin Rabbani, come Ahmad Shah Massoud di cui abbiamo ricordato ch'è poco, qui, in occiriente. Presidente Burhanuddin Rabbani dal 1992 fino al giorno in cui la storia non ha preso a giocare a buzkashi con la sua terra. Presidente eletto per libere elezioni. Le prime nella storia dell'Afghanistan. Perché furono quelle le prime elezioni, non le successive a proposito di H. Karzai. Quelle elezioni del '92, volute dal popolo, allora, attuate, allora. Senza bisogno di stranieri a fingere libertà di voto. Presidente quindi di quello Stato Islamico dell'Afghanistan riconosciuto dall'ONU e da chiunque. Abbandonato poi dall'ONU e da chiunque. Motivo immediato dell'abbandono: "...qualcosa intralcia le mire del Mar Caspio: il legittimo Governo di Coalizione Rabbani-Massoud si oppone al passaggio dell'oleodotto e del gasdotto attraverso il territorio afghano..." Al tempo la compagnia petrolifera statunitense UNOCAL e la saudita DELTA OIL avevano già progettato, senza alcun tipo di permesso, oleodotto e gasdotto per 1500 km., in terra afghana. Il Presidente Rabbani e il suo Ministro della Difesa H.S.Massoud, dissero, no. Motivo patrio: ".. il paese appena uscito da anni di occupazione, di distruzione, ha bisogno di totale indipendenza per risollevarsi, inoltre all'interno ci sono gravi difficoltà con esponenti di alcuni mujaheddin ...tra questi il Primo Ministro Gulbuddin Hekmatyar, di area islamica estremista..." Fu quel:  NO, il principio della fine.
E  il Grande Gioco prese sempre più corpo. In esso la formazione di quelle macchine da guerra umane a nome poi noto di Talebani. Nel gioco tutto quel che sappiamo. Che non ci va di ripetere. 
Viene deciso lì dove tutto si decide, che il Presidente Rabbani e il suo Governo debbano essere annullati. "...novembre 1996: i Talebani entrano a Kabul...febbraio 1997: i Talebani inviano a Washington una loro delegazione...maggio 1997: il Pakistan riconosce il loro Governo...26 ottobre 1997: viene proclamato l'Emirato Islamico...il Governo viene riconosciuto anche dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi..." Il Governo legittimo, l'unico legittimo,  per tutti è come se non esistesse. L'ONU sta a guardare, gli States muovono i fili, l'Europa non c'è. 
Rabbani finisce nel silenzio. Il suo Governo con lui. E poi, e poi...
Ora, in questi anni bui, Burhanuddin Rabbani, il vecchio tagiko, che ha da sempre disapprovato H.Karzai. il vecchio a cui era stato permesso di diventar vecchio, occupava un ruolo un po' fantasma un po' no: Presidente per la Riconciliazione Nazionale. Ieri era al suo posto. Qualcuno s'è fatto saltare in aria davanti a lui. Con lui. Come per Massoud. A dieci anni e undici giorni di distanza. 
Dicono sia stato un talebano. Dicono che Barack Obama si sia dispiaciuto, molto, che abbia condannato l'accaduto.  
Ci sarebbe di che ridere se il riso non fosse espressione d'una farsa di amare lacrime trasformate in smorfia.  
Marika Guerrini
p.s.
i brani riportati, dello stesso autore, sono in "Afghanistan, Profilo storico di una cultura" Jouvence, Roma 2006; 
foto di Barat Alì Batoor

lunedì 12 settembre 2011

11-09-2011: il giorno dopo

...abbiamo assistito, visto, riflettuto, pensato...forse. Le fontane si scioglievano in acqua così come lacrime dagli occhi dei presenti nel Ground Zero. I presidenti commemoravano e il vecchio sindaco e tutti in nome di un dio misericordioso con il popolo degli States. E bambini e bandiere e divise d'ogni tipo d'ogni foggia. E volti d'ogni razza d'ogni colore. Erano tutti lì a piangere. E noi ci siamo chiesti, ancora chiesti, per quell'incredulità che comunque ci spinge a cercare risposta. Che lo fa sempre. Ci siamo chiesti perché. Come sia possibile guardare negli occhi migliaia di persone, vedere le loro lacrime, respirare il loro dolore, accondiscendere ad esso, incrinare la voce, addolcire lo sguardo nel sorriso del buon padre senza che nulla trapeli sulla verità. Ci siamo chiesti se ci siano delle coscienze nei vari Bush, Obama, Giuliani & company. Ci siamo chiesti se ci fosse una voce, un barlume di voce, un infinitesimale bisbiglio che ricordasse loro: tu c'eri, tu sapevi. Ci siamo chiesti cosa alberghi in loro, in tutti coloro che sapevano, sanno. Ci siamo chiesti a che punto sia giunto il subumano. Quanto potere abbia in quella terra. E non solo.  E abbiamo provato pietà. Un sentimento di pietà ci ha colti di sorpresa per tutta quella gente assiepata, addolorata, fiduciosa all'ascolto delle parole dei capi. Quella gente dimentica. E tenerezza abbiamo provato e quasi un desiderio d'abbraccio, di consolazione. Come una pacca sulle spalle ad ognuno di loro a dire: non preoccuparti popolo, non soffrire, finirà, questo finirà. Vedrai. Crescerai anche tu. Ti sveglierai anche tu. Uscirai dalla tua adolescenza.   
Marika Guerrini

domenica 11 settembre 2011

undici settembre: oltre il coro

oggi, settembre, undici del duemilaundici.
"...il popolino non s'accorge mai / d'aver dinanzi il diavolo in persona / neppur se per il bavero lo tiene..." così Mefistofele nel Faust, a intendere l'incapacità dell'uomo d'accorgersi della menzogna che lo condiziona nella quotidianità della propria vita. Spesso. Troppo spesso. 
Oggi, 11 settembre di dieci anni dopo, occiriente avrebbe taciuto se non avesse ricevuto richiesta di parola scritta. Sarebbe rimasto in silenzio, fuori dal coro. Fuori da questo trionfo dell'artificio, fuori dal protrarsi della menzogna che nell'ultimo decennio altro non ha fatto che partorire menzogna. Fuori perché quando le menzogne sono troppe la verità perde di valore. Se sottolineata, proclamata anche se sussurrata. Si insudicia.
L'evento-catastrofe simboleggiato dal dissolvimento delle Torri nel World Trade Center di Manhattan. L'evento allargatosi da lì a tutte le guerre orientali mediorientali nonché africane che sono venute. L'evento improvviso per i più nel mondo, atteso da alcuni e non pochi. L'evento matrice di occupazioni, colonizzazioni, distruzioni, infamie e stragi di innocenti. L'evento che nell'esplodere quel mattino newyorkese  ha mietuto 3.000 vittime per mieterne poi circa 6.060 nel decennio appena terminato: è stato voluto, elaborato, pianificato, realizzato, girato come fosse un film. Uno di quei film hollywoodiani o di imitazione sulle catastrofi naturali e non. Con una differenza, piccola, infinitesimale, insignificante: nessun attore tra le comparse, tra i figuranti, tra i coprotagonisti, tra i protagonisti, tutti uomini donne bambini reali vivi o morti che fossero. In scena per caso, quel caso che non esiste. E veri, con la loro vita o ex vita. Anche gli scenari reali, reali gli sfondi fatti di luoghi, case, cose, popolati da strategie, da armi d'ogni tipo, d'ogni azione, d'ogni effetto. Tutto vero. Tutto reale. Eppure gli attori ci sono stati: alla regia, all'ideazione, l'organizzazione, il comando dell'azione. Attori dinanzi al mondo. Attori in abiti d'occidente con un pizzico d'oriente. Quello venduto. Attori credibili, nella recitazione come veri, anch'essi. Poi: ciak: si gira. E la macchina da presa è andata. E va. Ancora. E chissà per quanto. Ancora.
Ma ora basta, ad occiriente piace tornare al Faust, a Goethe. A quella sua opera che, universale, contiene l'antico e le cose ultime. Il loro senso. Ad occiriente piace fermarsi sul Prologo in cielo, un attimo, un solo attimo di beatitudine in questo mare burrascoso, ostile. Un attimo lì dove il Signore, a colloquio con Mefistofele dice che non gli impedirà di agire. Poi, dopo, dopo l'azione di lui, quando il tempo non tempo si sarà svolto, distoltosi da Mefistofele e rivoltosi ai figliuoli autentici, pronuncia queste parole: " Ciò che ferve in perenne divenire / d'operanti energie tutti vi stringa / entro i vincoli sacri dell'amore. / E ciò che ondeggia in labile parvenza / si concreti per voi / in durevole forma di pensiero."
E' un auspicio.
Marika Guerrini

venerdì 9 settembre 2011

ricordando Ahmad Shah Massoud

oggi 9 settembre 2011
"... Era nato nella valle del Panjshir o come loro dicono del Panj Shir, dei Cinque Leoni, cinque come le vette che l'incoronano. Quella valle del nord, alle pendici dell'HIndu Kush. Era nato a Jangalak, il villaggio affacciato sul torrente, Lì l'infanzia e le vacanze. 
Poi Kabul, l'adolescenza, la scuola francese, la prima giovinezza, gli studi di architettura. Il governo afghano è filosovietico, al tempo. Ahmad Shah prende il nome di Massoud.
L'educazione ricevuta tra tradizione e modernità, spinge la sua curiosità, poi interesse, a conoscere il panorama storico politico internazionale.
Legge Mao, Guevara, De Gaulle, si interessa di tutto senza mai perdere la propria identità. Ama Dante, Victor Hugo, Hafez....
Amò il gioco degli scacchi dall'infanzia, la poesia da sempre. Gli scacchi gli avrebbero dato la logica strategica, la lungimiranza, la poesia, la ricerca della verità, della libertà attraverso il pensiero filosofico, esoterico, attraverso la coscienza di sé, del mondo. 
Massoud era amato dalla gente semplice... fu amato anche da quei pochi giornalisti occidentali che lo conobbero...Unico pensiero: i fili della tradizione sono la trama della sua gente, non possono essere interrotti, la sua terra non può perdere la propria dignità.
Unico obiettivo: cacciare l'invasore, ridare alla sua terra, alla sua gente la libertà...Dieci anni di battaglia (1979-'89) per la liberazione dalla cultura sovietica, dal governo fantoccio...Uno dei suoi crucci: la risposta alla violenza non poteva che essere violenza...la sua disgrazia: trovarsi al centro del Grande Gioco d'occidente e delle forze deviate d'oriente...
Un uomo capace di partorire ideali sino all'immolarsi della vita..."
Ahmad Shah Massoud, con la sua Alleanza del Nord, diversa dall'attuale, costrinse l'allora Armata Rossa al ritiro. Liberò dallo straniero l'Afghanistan. Fu Ministro della Difesa del Governo Rabbani-Massoud. Governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Combatte i talebani, macchine umane da guerra volute e costruite da un certo occidente con alcune forze deviate d'oriente. Nel 2000 fu a Strasburgo, le sue parole furono: - Come fate a non capire che se io lotto per fermare l'integralismo talebano, lotto anche per voi e per l'avvenire di tutti?- La risposta sarebbe stata di indifferenza. In qualche caso, per noi scellerato, di derisione. 
Fu assassinato il 9 settembre 2001. Due giorni prima dell'evento delle Twin Towers.  Si menti sugli autori dell'attentato. La sua figura carismatica avrebbe ostacolato qualsivoglia invasione di qualsivoglia tipo per qualsivoglia motivo vero o falso. Avrebbe ostacolato l'ampliarsi di quel Grande Gioco, al tempo solo all'inizio, che avrebbe portato a tutto quel che vediamo, viviamo da dieci lunghi anni. Il gioco partito con l'Afghanistan per andare oltre. 
Marika Guerrini

la parte in corsivo, dello stesso autore, è tratta da "Massoud l'Afghano, il tulipano dell'Hindu Kush"  Venexia, Roma 2005 

giovedì 1 settembre 2011

tra Europa ed Africa

deserto libico

...non ci siamo meravigliati nell'apprendere circa l'ospitalità che l'Algeria ha riservato ai Gheddafi. Ancor meno nel leggere il messaggio algerino inviato all'Occidente. Messaggio immediato diretto chiaro, messaggio fuori da ogni dubbio: non ci fidiamo di voi! E' questo che ha detto l'Algeria. L'ha detto innanzi tutto a monsieur le president, in nome, in memoria di quell'oltre un secolo, 132 anni, di colonizzazione o, per meglio dire, persecuzione francese nella loro terra. La stessa che la primavera così detta araba ha provato e prova a coinvolgere senza riuscirvi. Ma potrebbe accadere. Potrebbe essere nel prossimo futuro, ora, nei prossimi giorni. Potrebbe darsi un ulteriore ipocrita motivo. Lo stesso noioso motivo come da copione, il déjà vu, la buffonata di turno, come la decennale caccia al principe saudita che fu, quell'Osama ben-Laden assassinato poi resuscitato a piacimento Usa & company. Company perché coalizione aziendale. L'Algeria non si presta al gioco d'Occidente tanto meno a quello dei paesi arabi. L'Algeria non tradisce l'amicizia.  L'Algeria vuole proteggere le risorse. Proprie e altrui. Dei suoi altrui, quelli a lei vicini, dei fratelli di tempo religione storia, geografia. Le ingenti risorse che tutti conosciamo o dovremmo. Il motivo reale della nostra presenza in Africa. Nord, centro o sud che sia. 
giacimenti ferrosi
Così mentre monsieur le president sempre più affetto da mania di grandezza, dall'Eliseo accarezza Israele e Abu Mazen come da proverbio un colpo al cerchio ed uno alla botte. Mentre accusa Tehran di ambizione balistica e nucleare insinuando chissà quali possibili attacchi missilistici per poi scimmiottare il vecchio Bush con la minaccia di attacco preventivo. Mentre il resto d'Europa sta a guardare il tentativo di scalata al podio dell'internazionalità di uno dei suoi nani, noi ricordiamo che l'Africa nord sahariana non è il lontano Afghanistan. Impreparato antico innocente nella sua antichità. Non è la sua gente, un tempo da fiaba, che non sapeva neppure dove fosse l'America tanto meno cosa volesse da loro. L'Africa nord sahariana non è all'oscuro dell'occidente. L'ha incontrato nel bene e nel male. Già. L'ha incontrato che non è molto tempo. L'ha incontrato da tempo. Noi vogliamo ricordare a noi stessi che quest'ultima decade lastricata di menzogna qualcosa avrà pur insegnato. Forse. L'Africa nord sahariana potrebbe farsi una novella Waterloo. Per restare nel cuore d' Europa.
Marika Guerrini